Mancini, hai fatto i compiti?

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Ivan Zazzaroni

Pubblicato il 25.09.2026, 07:47

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Mamma infermiera, papà falegname. Guarire e costruire, tutto ciò che gli si chiede. Roberto Mancini ha le radici giuste che adesso provano a impiantarsi su un terreno che più insidioso non potrebbe essere. Il suo ritorno è stato accompagnato da moralismi assortiti e venti cattivi.

Esordisce di nuovo, dopo averci portato a vincere l’Europeo ma, come è noto, nessuno è profeta in patria, soprattutto se la patria è stata tradita a tutto vantaggio dei milioni sauditi. Poco conta che Roberto abbia chiesto scusa dalle centocinquanta alle duecento volte. E nulla conta che chi eccepisce ripetutamente non abbia il pudore di guardare prima in casa propria. L’onere della prova tocca a lui e almeno di questo, il Mancio è perfettamente consapevole.

 

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Il Mancini 2 è uno dei ritorni più contrastati e impopolari della storia della Nazionale. Com’era quel vecchio detto? L’Italia è un Paese di santi, poeti, navigatori e commissari tecnici. Quindi azzurro tenebra e plotoni di esecuzione con il colpo in canna e il grilletto facile.

Come ne “La grande Guerra” di Monicelli, dovesse andar male Mancini non sarebbe solo. Allora, in quel film, c’erano Gassman e Sordi. Questa volta il compagno di sventura, il capro espiatorio, l’altro a cui puntare sarà Giovanni Malagò. Il presidente federale che ha contro una politica senza pudore, un ministro per lo sport che pare impegnato in una sfida dal sapore quasi etnico, il Coni che governò per dodici anni e qualche altro antipatizzante perché, tra l’altro, la Nazionale è attesa da un girone di Nations tutt’altro che morbido e scommettere sul fallimento è una delle specialità della Penisola.

Grazie a lui, a Malagò, al Malaussène di questi nostri giorni, abbiamo però imparato il significato della parola “pantouflage”, mentre il mistero buffo della tessera - una constatazione da teatro dell’assurdo - era già noto alla maggioranza degli italiani. Curioso che un presidente federale debba tesserarsi anche poco prima delle elezioni e debba restituire la tessera una volta eletto. Siamo a Zelig, a Ionesco, al cabaret.

È complicato, questo debutto con i belgi perché è la prima tappa di un percorso - almeno nelle intenzioni del tecnico - di crescita dei giovani in funzione degli appuntamenti più importanti, l’Europeo del 2028 e il Mondiale del 2030.

Un Paese che si ritenga tale e degno, sosterrebbe l’impresa. Qui si preferisce lo sfascio e, visti i risultati recenti, si intuisce da dove nasca la mala pianta.

Mancini ha un solo modo per tentare di farsi perdonare almeno parzialmente da chi non lo ama: deve fare risultato e qualificarsi. Ogni battuta d’arresto verrà trattata con maggiore durezza, anche di questo è consapevole. Da bambino sua madre gli domandava sempre: «Roberto hai fatto i compiti?». Adesso glielo chiederanno sessanta milioni di italiani. Gli esami non finiscono mai. E neanche la commedia delle domande che è sempre infinita.