Mancini, una serata da mental coach

Leggi il commento sulla prima del neo commissario tecnico azzurro alla guida della Nazionale, sconfitta dal Belgio all'Olimpico di Roma
Massimiliano Gallo
Massimiliano Gallo

3 min

Pubblicato il 26.09.2026, 09:18

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La pazienza l’ha persa solo una volta. Dopo il secondo gol del Belgio. Aveva capito subito come sarebbe andata a finire quell’azione. Al momento del passaggio sbagliato di Barella, ha provato a sfogare il nervosismo e forse anche a esorcizzare il timore andando verso la panchina. Come capita a chi sa di calcio, aveva già visto tutto il finale del film. Col pallone alle spalle di Donnarumma. E la partita bella che andata.

A quel punto il ct ha detto a Barella quel che pensava: «Perché non hai crossato? Perché hai continuato a lavorare quel pallone?». Condito da qualche termine più colorito. È stata l’unica volta in cui si è lasciato andare. Uno sfogo comprensibile. La partita è sfuggita tra le dita dopo che nel secondo tempo aveva visto la reazione che si aspettava.

Perché dopo quel primo tempo, con l’Italia annichilita dal Belgio, Mancini non ha cambiato nessuno. Ha ridato fiducia ai suoi. Un segnale di autorevolezza e fiducia. Quella che ha provato a trasmettere in tutta la partita. Perché – non dimentichiamolo – questo è un gruppo da ricostruire. Sul campo e nell’anima. E il Mancio lo sa.

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Mancini, remake azzurro: una serata da mental coach

Il suo remake azzurro l’ha cominciato cantando l’inno di Mameli, compreso il sì finale recentemente cancellato dal Quirinale. Chissà Mameli cosa direbbe. Il Mancio ha provato a non trasmettere mai ansia ai suoi. Sapeva che altrimenti avrebbe solo peggiorato la situazione. Certo seduto in panchina ha resistito due minuti. È comprensibile.

Ha cominciato a guidare dalla panchina Alessandro Romano il suo pupillo che stasera è incappato in brutto errore: il passaggio sbagliato da cui è nato il vantaggio belga. Si è spazientito di fronte agli errori tecnici, come quando Pio Esposito a centrocampo ha sbagliato un’apertura che avrebbe potuto innescare un’azione pericolosa.

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Ha provato sempre a incoraggiare la squadra. Anche nei momenti peggiori. L’Italia che desiderava l’ha ritrovata nella ripresa. È parso evidente che negli spogliatoi si è fatto sentire. È rientrata in campo un’altra Nazionale. Gli azzurri sono andati due volte vicinissimi al pareggio e a quel punto il Mancio si è tolto la giacca. Era il 55’. Un segnale. Ci ha creduto. Ha visto lampi di quel che potrebbe essere la sua Italia. Poi, lo sfogo con Barella. La partita che è sfilata via. Si è rimesso la giacca. Si è seduto in panchina. Ha fatto esordire Zoma e Doumbia. E non ha fatto una piega di fronte ai fischi dell’Olimpico. «Quando si perde, ci sta». 

 

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