Mondiali, la qualità vince su tutto

Leggi il commento sulle partite andate in scena finora in America, dove continuano a dominare i fuoriclasse di Argentina e Francia
Roberto Beccantini
Roberto Beccantini

4 min

Pubblicato il 23.06.2026, 10:56

Se il Brasile di Carlo Ancelotti ha un «dieci» solo, e pure mezzo rotto, Neymar, la Seleçao del 1970 che si arrampicò in cima al Mondo ne sbandierava addirittura cinque, anche se distribuiti per settore e mascherati dai numeri: Jairzinho, Gerson, Tostao, Pelé, Rivelino. Con Clodoaldo, il cocco di Franchino Rossi, l’Oscar Wilde di un passato che non passa, a calibrare lo spartito. Musica, maestri. La Francia del 1984 conquistò l’Europa attraverso un quadrilatero che coinvolgeva Jean Tigana, Luis Fernández, Alain Giresse e Michel Platini: due sherpa e due Messner.

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Questione di qualità, la Francia lo sa

Didier Deschamps ci sta provando con Michael Olise, Ousmane Dembélé, Kylian Mbappé e Désiré Doué. Quattro Messner. Più Bradley Barcola, principino di scorta. C’è chi procede per somma e chi per sottrazione. Proprio in Messico, nel 1970, Ferruccio Valcareggi battezzò in mondovisione, oltre il Comunardo Niccolai di un allibito Manlio Scopigno, il simbolo del Paese: la staffetta. All’inizio: «più» Sandro Mazzola «meno» Gianni Rivera. Durante: «più» Rivera «meno» Mazzola. Salvo la mancia dei sei minuti offerti, nella finale, al Golden Boy; e, per giunta, al posto di Roberto Boninsegna, sin lì escluso dal manuale Cencelli.

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L'Argentina ha uno "diverso"

Non è la quantità delle punte che «fa» l’attacco delle squadre. E’ la qualità dei singoli e dell’assetto. Ma se hai un «diverso», e alludo a Leo Messi, credo che la gelosia «da» cattedra debba essere governata, se non domata. In barba all’età, agli equilibri, alle fisime. «Il peggio che può capitare a un genio - ammoniva Leo Longanesi - è di essere compreso». L’aforisma non significa ridurre la portanza e l’importanza degli allenatori. Significa, più terra terra, raccontarli da un’altra angolazione. Come faceva Phil Jackson ai Chicago Bulls e ai Los Angeles Lakers - palla a Michael Jordan, palla a Kobe Bryant - così fa Lionel Scaloni: palla alla Pulce. Di grazia, rovesciando il motto di Vujadin Boskov, avrebbe senso inventarsi «sentieri» là dove balenano «autostrade»? Jorge Valdano, argentino, gran giocatore e forbito intellettuale, lo ripete spesso: «Il talento nel calcio suscita sospetti. Il muscolo è innocente». Beato lui: ha dialogato con Diego, scrive di Leo. «La nuestra» era lo stile criollo da opporre alla ruvida fisicità dei britannici. Cesar Luis Menotti ci è andato più vicino di Carlos Salvador Bilardo, a conferma che il risultato rimane l’Everest, sì, ma le vie d’accesso disciplinano gusti, podi, modi.

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Può capitare che Jonathan David segni una tripletta al Mondiale

Poi, dal momento che il football è metà arte e metà riffa, può succedere che Jonathan David smetta i panni dello Stanlio juventino e ne faccia tre al Qatar. Ecco allora il bisogno di fissare paletti, affinché nessuno ci caschi, né chi lo ha reclutato né un eventuale acquirente. Tocca al canadese uscire dal labirinto. Ho pensato a Igor Protti, scomparso venerdì 19 giugno a 58 anni. Centravanti d’area, quando l’Italia pareva un arsenale e la concorrenza tracimava. Per questo, mai in Nazionale. Non era Buffalo Bill. Era, con Dario Hübner detto «Tatanka», la provincia che bruciava di idee senza bruciare le streghe. E sui prati, pagato e appagato, diventava la cosa più bella: uno di noi.

 

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