Con Messi sognare è un dovere
Viene quasi la noia a scriverlo, con il forte rischio di precipitare nel baratro del banale. Lionel Messi è un alieno, un fenomeno non di questa terra. E la conferma, l’ennesima, è arrivata nella partita contro l’Austria, la seconda del suo sesto Mondiale. Facciamo la riverenza, inchiniamoci e giù il cappello: che il Padreterno lo tenga in salute per un pezzo, Leo, perché a due giorni dal suo trentanovesimo compleanno è ancora capace di regalare emozioni speciali, quasi mistiche. Come lo è stato Maradona, il più grande tra i grandi, maestro e allievo, oppure semplicemente erede designato dal destino. Amigos, conviene fermarsi qui, per scansare il pericolo della retorica più unta e prevedibile. Del resto, chi ha occhi per vedere e testa per giudicare sa bene di che (e di chi) si sta parlando.
Messi, l'alieno umano
Un alieno, dicevamo. Anche perché Leo non ha cominciato bene, ha "ciccato" un rigore dopo nove minuti: ne aveva sbagliati sette prima di ieri. Che in 1.200 e passa partite sono niente. E, proprio per questo, l’errore ha provocato un discreto rumore, una serie di “oohhh” sbigottiti nello stadio di Dallas, la palla è uscita addirittura dalla porta, non c’è stato merito del portiere Schlager, non c’è stato un intervento miracoloso, solo un sinistro molle e fuori misura, con una rincorsa lenta e prevedibile, passettini, saltellini prima del tiro sbilenco. Possibile? Possibile, sì. Perché nella favolosa "disumanità" che lo contraddistingue, Messi è umano e, dunque, (raramente) fallace. Nel suo body language, uno sbuffo, mani stropicciate sulla faccia e un «no» accennato con la testa come per scrollarsi di dosso lo stupore misto a delusione mentre qualcuno già coniugava lo sbaglio allo stato di salute del padre Jorge. Balle spaziali.
Fa tutto Messi: dal rigore sbagliato all'ennesimo record
La differenza dagli altri, da tutti gli altri, sta in quello che è successo dopo il penalty non trasformato. Dieci minuti di stordimento, un’occasione non capitalizzata, poi Leo è tornato Leo. Bello e straripante, imprevedibile, soprattutto vincente. Domanda: chi poteva portare in vantaggio l’Argentina in una sfida che all’improvviso, per strane dinamiche psicologiche, era diventata abbastanza pelosa? Solo lui, Messi, che mezz’ora dopo il fattaccio dal dischetto ha castigato l’Austria e i cattivi pensieri con un sinistro chirurgico in capo a un’azione da manuale del calcio. Un colpo di spada, una traiettoria secca e imprendibile. Per gli adoranti delle statistiche, 121º gol in Nazionale, 17º complessivo nei Mondiali, record che si accavallano su altri record, superato anche Miroslav Klose. Il sinistro de Dios, il migliore di sempre. Gol che sono diventati rispettivamente 122 e 18 al quinto minuto di recupero, perché anche il raddoppio porta la sua firma, in un tripudio di bandiere biancazzurre e di urla di gioia.
L'Argentina segue Scaloni: bene anche i "gregari" di Messi
Così l’Argentina in maniera del tutto naturale si è ri-avvitata su di lui, anche se Lautaro è stato bravo, Almada ha ricamato, MacAllister non ha mollato di un centimetro, Dibu Martinez si è fatto trovare pronto nel momento del bisogno. Ma Messi è il sole e gli altri gli ruotano inevitabilmente intorno, stelle e gregari, portatori d’acqua e stelline. Abbastanza scontato: il calcio a volte è semplice, baby. Intanto l’albiceleste è qualificata, larga la prima vittoria contro l’Algeria, giusta quella con l’Austria, che è stata domata, non dominata. Nulla sarà semplice in futuro, eppure con “questo” Messi sognare non è un’opzione, è un dovere.
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