Il fallimento saudita

L'eliminazione con zero vittorie in tre partite certifica il non funzionamento del modello di sviluppo dell'Arabia Saudita: il commento
Pippo Russo
Pippo Russo

4 min

Pubblicato il 28.06.2026, 11:46

L’incrocio degli opposti ha prodotto il risultato che ogni amante del calcio desiderava; Capo Verde ha fermato sul pareggio l’Arabia Saudita (o forse, vista la partita, è l’Arabia Saudita che ha strappato lo 0-0 a Capo Verde) e vola verso la fase a eliminazione diretta di questo Mondiale esagerato. Alla sua prima partecipazione la nazionale africana realizza dunque un’impresa impensabile e lo fa con pieno merito, conquistando il secondo posto in un girone che sulla carta si presentava mol-to competitivo. E invece la squadra allenata da Pedro Leitão Brito, al secolo Bubista, è riuscita a mantenere l’imbattibilità imbrigliando anche la Spagna campione d’Europa. Andrà a affrontare l’Argentina nei sedicesimi e l’unica cosa che davvero non si può fare è darli per spacciati. 

Arabia Saudita, un'eliminazione shock al primo turno

Il quadro degli umori si ribalta se guardiamo sull’altro fronte della partita che nella notte italiana tra venerdì e sabato si è giocata a Houston. Per la nazionale saudita l’eliminazione al primo turno è uno shock. Lancia al calcio nazionale un messaggio preoccupante, che mette in discussione il modello di sviluppo ispirato dal piano strategico nazionale Vision 2030, in cui si assegna all’economia dello sport e dell’intrattenimento un ruolo cruciale. La massiccia campagna acquisti avviata negli anni più recenti dai club sauditi sotto la regia del Public Investment Fund (PIF) è stata un pezzo di questa strategia, utilizzata in applicazione di un sillogismo azzardato: facendo crescere il livello tecnico del campionato nazionale grazie al massiccio approdo di calciatori stranieri, si farà crescere la qualità dei calciatori di formazione locale e della rappresentativa nazionale. L’esito del girone di qualificazione presenta il conto a questa illusione, con l’aggiunta della beffa: tutto ciò avviene proprio negli Usa, cioè nel Paese dove trentadue anni fa (Mondiali 1994) i Green Falcons hanno raggiunto il migliore risultato della loro storia con la qualificazione agli ottavi di finale. Allora la nazionale non aveva alle spalle un campionato nazionale OGM, eppure riusciva a raggiungere risultati rispettabili. Invece adesso se ne torna a casa con zero vittorie, eliminata dalla piccola Capo Verde, e tutto ciò succede quando al mondiale da organizzare in casa mancano otto anni. Che possono essere tanti o pochi: dipende da come si impiega il tempo da qui al 2034. 

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Il modello saudita non sta funzionando

Di sicuro c’è che questo modello di sviluppo non sta funzionando. Proprio su questo si interrogavano, nella giornata di ieri, gli analisti sauditi. Le ambizioni erano ben altre, e adesso ci si aspetta l’immediato siluramento del CT greco Georgios Donis. Nel giro di poche ore si sono impennate le quotazioni del portoghese Jorge Jesus, fresco vincitore del campionato nazionale alla guida dell’Al Nassr di Cristiano Ronaldo. Soluzione adeguata, a patto che lo lascino lavorare. E proprio qui c’è un altro elemento dirimente: l’instabilità della panchina della nazionale, che trova corrispettivo nella grande propensione dei club a bruciare allenatori. Dal 2023 a oggi è stato un avvicendamento continuo: Roberto Mancini al posto di Hervé Renard, che poi lo ha sostituito nel giro di un anno, salvo lasciare la panchina a Donis poco prima dei Mondiali. Adesso sarà il turno di Jesus o chi per lui. Quanti altri da qui al 2034? 

 

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