Sabatini: "Il futuro? La Nazionale football club"

Il Mondiale, gli azzurri, le sorprese e le novità dentro le sue infinite notti di fumo e televisione: intervista all'ex direttore sportivo di Roma e Lazio
Fabrizio Patania
14 min

Le notti mondiali di Walter Sabatini sono nuvole di fumo e la tv accesa. «Sigarette elettroniche. Buone. Non sono Marlboro, ma non posso farne a meno». Come con il calcio. «Non vado a dormire. Ho sempre un buon motivo per vedere le partite da tifoso. Il Brasile di Ancelotti e Marquinhos. Seguo il Belgio per affetto nei confronti di Garcia e di Theate, che portai a Bologna». Una volta l’Argentina era il suo territorio di caccia preferito. «Da quando sono stato male, non ci sono più andato e ora devo fare in modo di abbandonarla. Non mi posso permettere viaggi che superino le 3-4 ore». E qui comincia un’appassionata chiacchierata.

Scaloni, in Qatar, ti dedicò un dolcissimo pensiero.
«Lionel è molto affettuoso, ha fatto una carriera eccezionale, diventando un semidio come succede a chi allena l’Argentina. Ha restituito dignità e risultati alla Selecciòn. Ha personalità, scaltrezza, sa vivere, sa capire e gestire i rapporti di forza. Le doti indispensabili per allenare una Nazionale».

Cosa ti piace del Mondiale americano?
«Katia Garcia Mendoza. Penso sia un arbitro eccezionale. Ha una corsa rotonda, veloce, sembra un tornante dei vecchi tempi. È cazzuta, tiene testa ai giocatori. Mi piacerebbe vederla in Italia, è stata veramente una sorpresa».

E poi?
«L’idea ci sia posto anche per i deboli e le nazionali marginali. Capo Verde sta dimostrando di meritare il Mondiale. Non mi aspettavo di vedere Panama così organizzata ed equilibrata. Il calcio è una sorpresa continua, imperscrutabile. Mi aveva scioccato l’ultima edizione in Qatar, non questa. Il Mondiale d’inverno non esiste. Il Mondiale si deve giocare con 40 gradi».

Anche con l’idratazione?
«È una sorta di time out per bere e ascoltare l’allenatore. Non cambia il senso di una partita. Noi siamo portati alla distruzione di qualsiasi cosa. Ho trovato corretto snellire il gioco, ridurre i tempi concessi al portiere. Ho visto arbitraggi più coraggiosi, si tollera il contatto, le partite hanno un bel ritmo».

 

 

Parlavi di rapporti di forza e capacità di gestirli: Malagò saprà cambiare il calcio italiano?
«Già conosce certi meccanismi. Penso che Giovanni sia nato presidente, è un capo e farà benissimo il suo lavoro. Ama il calcio, saprà affrontare la parte non secondaria della politica. Spero prenda qualche precauzione per la Nazionale. Quando l’Italia perde, scattano i processi, ma il calcio rifiorirà, perché non muore mai. Istruttori, allenatori, dirigenti, presidenti. Partiamo da qui. Tutti facciano bene il proprio lavoro».

Meritavamo di restare fuori?
«No, una iattura. L’assenza dell’Italia è un default per tutti. Almeno trasformiamo l’eliminazione in un’avvertenza. Non vorrei sprofondare nella retorica, ma ci deve essere più amore verso la Nazionale. La trattiamo con troppa sufficienza».

La Lega di Serie A dimostra da anni scarsa attenzione.
«Sono stato uomo di società, non cambio adesso casacca, bastano tre o quattro infortuni per modificare il valore di una stagione sportiva e ridurre le possibilità di profitto. Lo so benissimo, ma ora vanno accantonati interessi e corporativismo. Bisogna tutelare la Nazionale».

In che modo allora?
«Il Mondiale lo dimostra, vedo questa festa ambulante, perché il calcio è passione. Si muovono migliaia di tifosi. I club di Serie A devono assumersi le responsabilità attraverso il presidente. Noi siamo la Lega e anche la Nazionale, ecco cosa deve dire il calcio, nel modo giusto».

Fughe da Coverciano, disinteresse diffuso. L’esempio positivo è Donnarumma disponibile per le Olimpiadi, se ci andremo. Malagò riuscirà a trasmettere uno spirito olimpico e l’attrazione verso la maglia azzurra?
«Penso di sì. Ha già riscosso consensi, derivati dai risultati dello sport italiano alle Olimpiadi, sa quali sono le alchimie per formare un gruppo forte di lavoro e vincere. L’Italia non deve solo partecipare. Io mi lamento di non vincerli i Mondiali. Dopo l’Uruguay, siamo stati i primi negli anni Trenta. La storia non bisogna metterla da parte».

La storia va conosciuta, raccontata.
«Ho visto una serie tv su Netflix. Si chiama “English game”. racconta come in Gran Bretagna, alla fine dell’Ottocento, il calcio degli aristocratici diventò fenomeno popolare raccogliendo una spinta fortissima dal basso, dalle classi popolari. Tutti dovrebbero vederla, anche i nostri dirigenti».

Come si rimette la Nazionale al centro del villaggio?
«Il mio è un pensiero in libertà. L’Italia dovrebbe essere un club e funzionare come un club, previo consenso delle società. Basta con le convocazioni estemporanee. Mi piacerebbe si formasse un gruppo come se fosse la Roma, l’Inter o il Milan. Immagino un roster di 22-23 giocatori integrabile per necessità e merito. Così li vai a controllare, li intrattieni, li responsabilizzi. Bisogna creare un rapporto solido con gli allenatori. I giocatori devono sentirsi parte di una squadra vera, non transitoria».

Buffon e Gattuso stavano cominciando.
«Ci hanno provato, sono stati sfortunati, ma questo modo di affrontare la Nazionale non è stato enfatizzato. Ora dovrebbe diventare un’emanazione del presidente. Quasi un diktat. Si fa e si deve fare».

Non è semplice.
«Giovanni deve essere talmente abile e motivato da mettere insieme tutti i presidenti di Serie A e stabilire un’unità di intenti. La Nazionale è di tutti, ma sotto il controllo della Figc. Una squadra nazionale. Non la Nazionale quando escono i convocati, una volta ci sei e due volte no. Gli azzurri devono sentirsi ogni giorno della Nazionale. Serve un amore folle per la maglia. Questo amore va stimolato e coltivato».

Calendari, infortuni, pressioni dei club. Sappiamo benissimo come funziona. L’idea è realizzabile?
«Sì, se viene ipotizzata dall’alto e attraverso un tavolo con i club di Serie A. La Figc traccia il programma, occorre un accordo preventivo, nessun presidente si deve tirare fuori. Non so come si comporteranno i fondi stranieri, non penso non possano tenere presente un dovere. Il senso d’orgoglio nazionale lo devono rappresentare tutti, non solo i tifosi. Il ct avrà un compito preciso: ricostruire lo spirito, la forza, l’adesione alla Nazionale. Mi rendo conto delle remore, ma abbiamo bisogno di qualcosa di immediato e soprattutto di efficace. Non possiamo parlare solo dei giovani e del numero eccessivo degli stanieri. Gli stranieri sviliscono il calcio italiano quando sono scarsi».

Parliamo del ct non eletto. Silvio Baldini resterà con l’Under 21, ma era un possibile uomo di rottura.
«Lo conosco bene, passammo insieme un mese a Coverciano per prendere il patentino. Sento il bisogno di personaggi come Silvio, intellettualmente liberi. Non deve niente a nessuno, sa allenare, mi piace, lo dico con cognizione di causa, è uno dei più bravi. Ha parlato di dirigenti lestofanti e di un calcio lento in Serie A».

 

 

Un’accusa generica e quindi non raccolta.
«La sua è stata un’analisi imbarazzante per quanto vera. Il gioco di mantenimento e di possesso, con passaggi orizzontali, prevede corse più brevi e sotto ritmo. Comodo per squadre con l’età media di 28-29 anni, interessate a non correre tanto. Incide, devo dire, anche la paura degli infortuni. Quest’anno non sono riuscito a vedere una partita di Serie A senza una sostituzione per motivi muscolari».

Spalletti, salutando l’Italia dopo l’esonero, disse: «Non sono entrato nella testa degli azzurri».
«Per lui l’esonero è stato un dolore fisico, da inferno dantesco. Non è entrato nella testa dei giocatori, perché la Nazionale non ha nessun requisito della squadra. Manca la continuità del lavoro, i giocatori non li vedi mai. Per questo dicevo che dovrebbe diventare un club».

La Nazionale Football Club.
«La sostanza è questa. Ci vuole un presidente illuminato. Mi fido molto di Giovanni, servono decisioni forti, immagino a fari spenti abbia già cominciato».

Spalletti alla Juve avrà la possibilità di chiudere come merita la carriera. E l’incubo degli algoritmi sembra evaporato.
«La Juve era l’unico club che gli potesse permettere di accantonare il dolore maturato in Nazionale. C’è un solo metodo nel calcio. Guardare. Quando sento parlare di “metodo Comolli” mi sbudello dal ridere. Ho fatto calcio senza metodo per trent’anni. Guardo la Costa d’Avorio o altre nazionali africane con la curiosità e la speranza di essere abbagliato da un giocatore».

Ti aspettavi che in campionato Spalletti finisse dietro la Roma?
«No, ma ha fatto una prodezza la Roma e sono stati commessi degli errori dalle concorrenti. La Roma senza Champions non può stare, non può esistere, lo dico con orgoglio, nei miei sei anni a Trigoria ci siamo sempre andati. Bravi Gasperini e i suoi giocatori. Hanno lavorato con una fede incrollabile».

L’allungo dopo lo strappo con Ranieri e Massara, il tuo pupillo.
«Questo mi ha addolorato. Ricky veniva da qualche anno importante alla Roma come li aveva fatti con il Milan. È stato un episodio, non bellissimo, tra due uomini importanti, ma non è quello che ha fatto ripartire la Roma».

Nel 2008 dicesti: «Lascio la Lazio perché Lotito dopo 3 anni ha bisogno di confrontarsi con altri». Ne sono passati 18 e quel pensiero sembra di straordinaria attualità.
«È passata un’era geologica. Non posso partecipare al coro contro Lotito, gli devo moltissimo e non lo dimenticherò mai, non sopporto l’ingratitudine. Gli auguro di ripartire. Ripeto il mio pensiero. A Lotito spesso non riescono le cose semplici, ma ha sempre fatto bene quelle difficili».

Nel momento più basso, dovrebbe sparigliare o forse capire che non è il caso di rovinare quanto di buono ha realizzato in passato.
«Capisco il ragionamento, ma sarebbe doloroso e sbagliato. Lo dico senza voler indispettire i laziali. Lotito ha salvato la Lazio, non ci sono chiacchiere e discussioni, ha combattuto battaglie che sembravano perse. Ora deve migliorare la comunicazione e la generosità verso l’ambiente. La gente è proprietaria del club, non lui. I tifosi non sono clienti, i tifosi sono tifosi. Un’altra cosa».

Portasti Gattuso quindicenne a Perugia.
«Era in età Allievi e arrivò per un provino insieme ad altri ragazzi. Dopo 10 minuti decisi di sostituirlo, ma lo avevo già scelto. Rino uscì dal campo incazzato come una iena, giocava un calcio robusto, era un ’78 e stava affrontando ragazzi più grandi. Temevo si potesse fare male. Urlava: “Sono venuto dalla Calabria!”. Gli risposi: “Vai a fare la doccia”. Era incazzatissimo, come è stato incazzato per tutta la sua vita di calciatore, una fortuna. Gli auguro una grande stagione con la Lazio, spero sistemi la squadra per le sue esigenze. Consiglio a Lotito di adottare il metodo Baldini. La paura non aiuta dirigenti e allenatori. Serve coraggio. I calciatori si distinguono tra forti e deboli, non giovani o vecchi».

Un colpo suggerito dal Mondiale?
«No, niente mercato, sarebbe una specie di aggiotaggio. Dico solo una cosa. Ho visto un paio di centrocampisti forti e bassi di statura, quindi non saranno presi in considerazione. Applicando lo stesso principio, Messi e Verratti non avrebbero giocato a calcio».


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