Palestra e il pregiudizio

Conviene esportare il talento e non ingabbiarlo: in Premier ci si misura con un calcio più internazionale
Alessandro F. Giudice
Alessandro F. Giudice

7 min

Pubblicato il 30.06.2026, 10:39

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Il calcio italiano non ha perso Palestra, l’ha esportato. C’è una differenza ed è sostanziale. Il coro di lamenti che ha accompagnato il suo Serie A sia, di per sé, una forma di crescita. Che l’ambiente protettivo di un grande club italiano valga più del brutale Circo Massimo di Stamford Bridge. Che i confini racchiudano la sicurezza. Non è così, e probabilmente non lo è mai stato. Un giocatore che va in Premier non si perde, semmai va a misurarsi con un calcio più veloce, più atletico, più internazionale, che non lo riempie di tattiche e paranoie mentali ma lo obbliga a pensare in fretta, a occupare spazi, a reggere ritmi che la Serie A nella sua attuale versione fatica a replicare. Per un ragazzo come Palestra è l’esame di maturità che segna il passaggio dal liceo all’università del pallone perché questa, oggi, è la Premier League. Il ritorno in termini di valore dall’esportazione di talenti verso campionati più competitivi va tutto a beneficio della Nazionale, che non si qualifica ai Mondiali da dodici anni anche perché da troppo tempo i suoi giocatori migliori restano nella comfort zone di un campionato che non li mette abbastanza alla prova. Se nei prossimi due anni riuscissimo ad avere sette, otto giocatori italiani titolari in Premier, il problema della qualificazione non si porrebbe nemmeno. Si racconta che un tempo, se un giocatore italiano veniva contattato da un club estero, sentiva il bisogno di chiamare il ct per raccomandarsi e rassicurarsi: lasciando la Serie A, sarebbe rimasto “nel giro della Nazionale”? O sarebbe finito nel dimenticatoio a vantaggio di quelli “vicini”? Credo che il prossimo commissario tecnico farebbe meglio a invertire quella logica: anziché aspettare che i ragazzi lo chiamino per sapere se possono andare, chiamarli prima lui per convincerli a partire. Questo Mondiale lo sta dimostrando con evidenze difficili da contestare. L’Ecuador batte la Germania (tra l’altro, con tre titolari che giocano in Inghilterra) Capo Verde ferma la Spagna, Sudafrica e Bosnia staccano il pass per la fase a eliminazione diretta. Il denominatore comune di questi exploit non è un campionato nazionale forte: è una generazione di giocatori formata altrove, che torna nella sua nazionale portando un bagaglio di esperienza più ricco di quanto avrebbe trovato restando a casa. Il livellamento del calcio mondiale è tangibile e irreversibile, e per adeguarsi conviene esportare il talento, non ingabbiarlo, mentre la Serie A deve fare un altro mestiere: dimostrarsi capace di allestire un prodotto appetibile sul mercato globale dell’intrattenimento fatto di gioco, idee, spettacolo e campioni. Anche d’importazione, dov’è il problema? Quindi: buon viaggio, Palestra. E torna vincitore.">trasferimento al Chelsea e quello di ogni giocatore italiano che abbia fatto le valigie verso la Premier (l’ennesimo talento che va, i soldi che battono tutto, la Premier che ci svuota) riflette un antico pregiudizio duro a morire: che restare in Serie A sia, di per sé, una forma di crescita. Che l’ambiente protettivo di un grande club italiano valga più del brutale Circo Massimo di Stamford Bridge. Che i confini racchiudano la sicurezza. Non è così, e probabilmente non lo è mai stato.

Misurarsi con la Premier

Un giocatore che va in Premier non si perde, semmai va a misurarsi con un calcio più veloce, più atletico, più internazionale, che non lo riempie di tattiche e paranoie mentali ma lo obbliga a pensare in fretta, a occupare spazi, a reggere ritmi che la Serie A nella sua attuale versione fatica a replicare. Per un ragazzo come Palestra è l’esame di maturità che segna il passaggio dal liceo all’università del pallone perché questa, oggi, è la Premier League. Il ritorno in termini di valore dall’esportazione di talenti verso campionati più competitivi va tutto a beneficio della Nazionale, che non si qualifica ai Mondiali da dodici anni anche perché da troppo tempo i suoi giocatori migliori restano nella comfort zone di un campionato che non li mette abbastanza alla prova. Se nei prossimi due anni riuscissimo ad avere sette, otto giocatori italiani titolari in Premier, il problema della qualificazione non si porrebbe nemmeno. Si racconta che un tempo, se un giocatore italiano veniva contattato da un club estero, sentiva il bisogno di chiamare il ct per raccomandarsi e rassicurarsi: lasciando la Serie A, sarebbe rimasto “nel giro della Nazionale”? O sarebbe finito nel dimenticatoio a vantaggio di quelli “vicini”?

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Il Mondiale insegna

Credo che il prossimo commissario tecnico farebbe meglio a invertire quella logica: anziché aspettare che i ragazzi lo chiamino per sapere se possono andare, chiamarli prima lui per convincerli a partire. Questo Mondiale lo sta dimostrando con evidenze difficili da contestare. L’Ecuador batte la Germania (tra l’altro, con tre titolari che giocano in Inghilterra) Capo Verde ferma la Spagna, Sudafrica e Bosnia staccano il pass per la fase a eliminazione diretta. Il denominatore comune di questi exploit non è un campionato nazionale forte: è una generazione di giocatori formata altrove, che torna nella sua nazionale portando un bagaglio di esperienza più ricco di quanto avrebbe trovato restando a casa. Il livellamento del calcio mondiale è tangibile e irreversibile, e per adeguarsi conviene esportare il talento, non ingabbiarlo, mentre la Serie A deve fare un altro mestiere: dimostrarsi capace di allestire un prodotto appetibile sul mercato globale dell’intrattenimento fatto di gioco, idee, spettacolo e campioni. Anche d’importazione, dov’è il problema? Quindi: buon viaggio, Palestra. E torna vincitore. 

 

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