Da Umberto a Giovanni

Quando nel 1959 un 25enne presidente dalla Federazione sottolineò i problemi del calcio italiano, che ricordano tanto quelli di oggi
Roberto Beccantini
Roberto Beccantini

4 min

Pubblicato il 30.06.2026, 10:31

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Dal Circolo Pickwick al Circolo Aniene, e in attesa che “Giovanni” (tassativo chiamarsi per nome, tra generi e generoni) riaccenda il motore di un sistema spento, dall’archivio affiora un’orazione (diciamo così) di Umberto Agnelli. Risale al 1959, a quando era presidente della Juventus e, addirittura, della Figc. Si tratta dell’articolo che introduce il primo numero della rivista della Lega di Serie A e B. Una sorta di messaggio dal “colle”: «Sia chiaro che il passaggio dallo stadio unicamente sportivo a quello unicamente spettacolaristico non deve avvenire e non avverrà in quanto i valori fondanti restano insuperabili. Contemporaneamente infatti permangono - e ci auguriamo che prosperino maggiormente - l’organizzazione dilettantistica e quella semiprofessionistica, che rappresentano il necessario e vitale presupposto della base professionistica».

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Indicazioni dal passato... per il futuro

Uno pensa alla Superlega sponsorizzata, nell’aprile del 2021, dal figlio Andrea e trasecola. Per tacere della “fertilità” di Gianni Infantino, capace di portare la famiglia mondiale da 32 a 48 marmocchi. Per la cronaca, Umberto aveva 25 anni, mentre Malagò ne ha 67. Emergenze e convergenze. A essere pignoli, e curiosi, del 1959 è pure «Il sesso degli Ercoli» di Gianni Brera. Sono profili strepitosi, in punta di penna (e di cultura, cavillo mai banale), che vanno da Gipo Viani a Fausto Coppi. Un capitolo è dedicato proprio a Umberto. L’autore analizza i problemi che molestano “Eupalla”, sintesi di politiche bislacche e gestioni dissennate (i «ricchi scemi» di Giulio Onesti). Si legge, alle pagine 116-117: «Riorganizzazione amministrativa della Federazione. Definizione e sviluppo di una scuola nazionale. Un serio e plausibile esame storico del nostro calcio troppe volte esaltato oltre il debito, al di fuori di ogni realtà sociale, economica e tecnica». E, udite, udite, «una oculata scelta del modulo tecnico-tattico più adatto al nostro vivaio». Non pago, «la sollecita riabilitazione della squadra nazionale, che condiziona le fortune delle singole società e, in senso lato, la stessa fortuna del gioco». Affinché non si rimanga un popolo di orecchianti, vincolato pedissequamente al culto degli “invasori”. Ci sono, in fila e al setaccio, parecchi dei guai attuali. Con una carezza agli arbitri, «la parte migliore del nostro calcio», e uno schiaffo alla giustizia sportiva: «nel calcio si imbroglia molto sapendo tutti assai bene che si viene puniti pochissimo». Però. Se le dimissioni forzate di Gabriele Gravina detto “Slavina” e l’elezione di Malagò risalgono all’ennesimo fiasco azzurro, anche allora il detonatore era stato un bruciante ko - a Belfast, con l’Irlanda del Nord - costatoci il rodeo svedese del 1958, vetrina di Pelé e Garrincha. Gira e rigira, siamo sempre lì. A caccia di un direttore tecnico, carica insidiosissima, dimentichi che tutori del pelo di Walter Mandelli (Messico ’70) e Italo Allodi (Germania Ovest ’74) non funzionarono. Nel tentativo di risolvere le stesse criticità cambiando facce e non teste. Diverso è solo il motto: «Make Aniene great again». 

 

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