Bologna, la soglia di povertà

Leggi il commento al momento della squadra rossoblù, reduce dal ko contro il Napoli
Bruno Bartolozzi
Bruno Bartolozzi

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Pubblicato il 14.09.2026, 08:25

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Meglio concentrarci sulle sensazioni o sui dati? Entrambi conducono ad una triste conclusione. Siamo probabilmente entrati nel tempo della povertà del Bologna: povertà tecnica, povertà di spirito e povertà di numeri. Questo ci ha detto la gara di ieri contro il Napoli. E sabato, prima della sosta, nella partita al Dall’Ara contro il Torino arriverà già un verdetto su gioco, impegno e mercato della squadra di Tedesco e del club di Saputo. Speriamo nella gente di Bologna, unica speranza per rianimare un collettivo esangue, in attesa di qualche soluzione che illumini l’allenatore e un mercato di gennaio molto di là da venire.
I dati sono impietosi: due sconfitte consecutive in trasferta (lo scorso campionato era la grande risorsa di un collettivo che con lo spazio guadagnava freschezza e gioco), un punto in classifica (e sarebbe la faccenda meno grave, perché tutto è recuperabile) e soprattutto tredici sconfitte nel 2026. In questo caso parliamo di anno solare. La gara di Napoli ci dice che il numero di vittorie (nove) e di pareggi (quattro) non supera quello dei ko. È un dato di tendenza che comincia a essere un discorso sui valori di questo gruppo, capace fino a qualche mese fa di pensarsi grande.  
I dati dicono che in quattro gare il Bologna non ha segnato in tre di esse e ha sempre preso almeno un gol. La squadra ha avuto un crollo di qualità di gioco e, per paradosso, non è migliorata con il passare del tempo. Bene ma non benissimo con la Lazio, meglio con l’Atalanta e poi giù, giù. Contro il Sassuolo solo i gol della disperazione e la stanchezza finale degli avversari hanno consentito di strappare il punto. E ieri il punto non è arrivato per ignavia, quasi un peccato dantesco dentro una partita contro un avversario che non ha brillato ma che ad un certo punto è come se avesse convinto il Bologna a rinunciare. Il secondo tempo del Maradona sembrava il primo contro il Sassuolo. In entrambi i casi un giovane avversario di fascia, Cinquegrano del Sassuolo e Favasuli del Napoli, ha messo in crisi il reparto difensivo. Travolto nel primo caso Alhassane e ieri Miranda, nonostante sia andato meglio del suo compagno. Non pervenuti i rientri degli esterni d’attacco. 
Il Bologna si è votato al non gol. Il ruolo assegnato a Piccoli nel primo tempo, attaccante abbandonato come un naufrago, è stata una dichiarazione di impotenza che solo tante incertezze del Napoli non hanno trasformato il match in uno sparring con un avventore. Il gol per fuorigioco annullato a Theate e la conclusione finale di Mbangula hanno detto semplicemente che il Bologna poteva, ma non ha capito come, dove e con chi osare. 
Del resto la crisi di qualità è evidente: Ferguson e Pobega presidiano, ma non inventano. Non si costruisce nulla con un centrocampo che perde giri, rimbalzi e geometrie. Bernardeschi ha sofferto ed è apparso cresciuto rispetto al Sassuolo perché si è messo a fare anche il terzino. Gli ingressi di Moro e Libra hanno coinciso con il gol. Ma non si tocchino i pochi valori a disposizione, li si incentivi e non si gettino allo sbaraglio giovani senza costruirne la saldezza e senza ritagliarne un profilo netto. Il Bologna aveva Freuler che giocava oltre il novanta per cento delle gare e Lucumi che rendeva le ripartenze efficaci e lineari. Persi entrambi. E lo si sapeva dalla primavera scorsa. Non aver pensato a sostituti di calibro simile, più che a far man bassa di plusvalenze, è stato il grande problema. E tempo ce ne era per farlo. Ridare qualità al gioco doveva essere il primo grande obiettivo. Secondo: scegliere un uomo d’ordine e di esperienza capace di prendere in mano la squadra. Così non è stato e si passa di esperimento in esperimento costruendo il corpo del Bologna come un Frankstein, lento e senza spirito. Privo di personalità. L’uomo senza qualità, figura della crisi della nostra società novecentesca, non era tale perché sprovvisto di doti, ma perché non sapeva riconoscersi in una identità efficace. Figuriamoci, guardando al Bologna, quando all’identità manca anche il talento.

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