Lario che tira
Il Como può vincere lo scudetto? Secondo me, no. Ma se a Fabregas riuscisse il miracolo le altre italiane attrezzate per dominare l’autunno, superare l’inverno e arrivare in salute in tarda primavera dovrebbero andare in letargo forzato ben prima del gong di fine stagione. Manifesta inferiorità progettuale? Sottovalutazione della provincia che studia da capitale? Presunzione da ancien régime?
Di tutto un po’, ma intanto il Como è di gran lunga la più divertente della serie A e mette in fila due squadre non irrilevanti come Inter e Roma e Fabregas è il miglior allenatore del momento sul gradino più alto di un podio che ospita anche Chivu e Gasperini e che sarebbe sciocco aver fretta di definire. Gli va tuttavia riconosciuto il merito di guidare una squadra di ragazzi notevolmente cresciuti, o rilanciati, grazie ai suoi princìpi di gioco. Non vince il denaro o almeno perde e perde male l’idea dello spreco, della scommessa milionaria buona per tik tok, dei soldi buttati. Quasi tutti i giocatori sono autentiche scoperte, risultato di un lavoro di scouting davvero eccellente: Jacobo, Baturina, Alex Valle, Butez, Da Cunha, Perrone, Douvikas, Diao, Rodriguez, Kaiki Bruno, Yan Couto e, non ultimo, il trentunenne Luis Milla. Gente che è costata 10, 12, a volte 15 milioni, che è stata scovata perché serviva davvero e oggi - inutile dirlo - si diverte in Champions e vale il triplo quando non di più di ieri.
Le cose - questa è la lezione che arriva dai luoghi in cui un tempo gli eroi si chiamavano Borgonovo, Corneliusson e Dirceu - vanno fatte bene. E non basta perché intorno all’orto devi sistemare le canaline per irrigarlo. Devi costruire il contesto, la ragione per evolvere, la certezza della crescita esponenziale di un progetto in cui attorno al pallone girino un certo numero di satelliti. Il capo della missione deve sapere qual è l’obiettivo e come divulgarlo e si dà il caso che il Como abbia come presidente un campione di comunicazione, il 55enne Mirwan Suwarso, produttore cinematografico, negli ultimi tempi molto presente sul Lario. Lui non sbaglia un’uscita pubblica da almeno tre anni.
Se n’è accorta perfino l’intelligenza artificiale: davanti a episodi di mancanza di rispetto verso gli avversari, Suwarso ha ribadito che la dignità e i valori solidi del club devono estendersi anche fuori dal campo, invitando a mantenere l’umiltà e il rispetto per i sentimenti altrui; in merito alle limitazioni di capienza dello stadio, ha evidenziato la scelta della dirigenza di cedere i propri posti ai tifosi più longevi e fedeli; ha descritto la squadra anche come un volano turistico, auspicando un tifo esteso oltre i confini locali, rimarcando al contempo l’unicità del legame con la città e infine ha espresso profondo orgoglio per il coraggio, la convinzione e la crescita mostrata dalla squadra. In quest’ultimo caso siamo comunque nel territorio dell’ordinario.
Il Como è una squadra italiana? Certamente: non di italiani però. Nel senso che ne ha pochissimi. Che dire allora di una Juve che, perso Locatelli per infortunio, potrebbe presentarsi con il solo Vicario? O del Milan che allinea tra i titolari il solo Gabbia? O dell’Udinese quando manca Zaniolo? E la Fiorentina non è stata forse rivoltata come un calzino (viola, naturalmente) da Paratici che ha acquistato quasi esclusivamente gente nata oltre confine?
La Nazionale è di tutti soltanto quando la passione per la propria squadra del cuore non esercita un potere distrattivo in grado di azzerare qualsiasi spinta patriottica o analisi. O non è di nessuno quando si pensa di salvarla con un patriottismo di facciata. A Como non ci pensano, ma se fossimo a Roma o a Milano, a loro, penseremmo con preoccupazione.
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