Juve, azzardo Champions
Il bilancio 2025/26 della Juventus conferma tendenze strutturali comuni a molti club, che nel caso bianconero sono amplificate dall’inseguimento costante di una competitività sportiva mancata negli ultimi anni ma che i tifosi, per storia e tradizione, pretendono sempre. Più dei 66 milioni di perdita deve preoccupare la dinamica finanziaria: gestione operativa e investimenti hanno bruciato 100 milioni di cassa (76 al netto dell’acquisto dell’immobile del J|hotel), dopo i 71 dell’anno precedente. Il solo mercato ha assorbito quasi 200 milioni di risorse finanziarie in due esercizi, senza che la squadra sia diventata sensibilmente più competitiva.
Le perdite erodono il patrimonio netto che non va in negativo grazie all’aumento di capitale dello scorso anno e il fabbisogno di cassa è così strutturale da imporre interventi ormai continui dell’azionista. Exor sottoscriverà la sua quota di un nuovo aumento di capitale fino a 250 milioni (la società stima il fabbisogno di quest’anno e del prossimo tra 112 e 125) e ne ha già anticipati 60. Segno che la cassa è piuttosto tirata.
Juve, tra perdite e ricavi: la Champions per ritrovare equilibrio
La dinamica è tipica del calcio contemporaneo. Gli incentivi economici spingono i club verso la mecca della Champions, dove la concorrenza è agguerritissima. Per arrivarci si investe sui cartellini ben oltre la capacità delle aziende calcistiche di generare cassa; se l’obiettivo sfuma, come accaduto alla Juve l’anno scorso, il danno si moltiplica.
Oggi un club di vertice regge uno, al massimo due anni lontano dalla Champions: senza quel pozzo di ricavi l’equilibrio salta. E i premi Uefa, sempre più ricchi, allargano il divario tra chi c’è e chi resta fuori, anche in campionato. I conti restano così appesi a un evento incerto, quindi rischioso: in una Serie A in cui sei o sette squadre partono ogni anno attrezzate per la Champions, almeno due restano aritmeticamente escluse.
Le leve per colmare il deficit sono tre. I ricavi da stadio hanno limiti fisici: l’Allianz è pieno al 97,6% e i prezzi non possono salire all’infinito. I ricavi commerciali crescono (+20 milioni di sponsorizzazioni), ma costruire un brand appetibile richiede anni. Resta il player trading che per le tifoserie abituate a vincere rappresenta il diavolo con la coda, che rischia di penalizzare la competitività e su cui la Juve ha frenato: plusvalenze da 90 a 37 milioni. Ma spendere tanto per restare poco competitivi è peggio.
Bivio Juve: valorizzazione dei giovani o all-in per la Champions
Come ad altri club, la realtà presenta alla Juve un bivio. Da una parte, costruire una macchina che generi ricavi veri dalla valorizzazione e cessione dei calciatori, accettando qualche rinuncia in campo. Dall’altra, continuare a inseguire il Santo Graal della Champions, col rischio di restarne fuori, allargare il deficit e ricorrere alle tasche dell’azionista, come accade da quasi un decennio. Oltre alla possibilità reale di incappare nelle sanzioni Uefa, già arrivate a giugno. Il mercato estivo sembra aver già scelto: 146 milioni di saldo negativo mitigato dalla riduzione di alcuni costi pesanti (Vlahovic su tutti). Poi c’è la terza via, di cui parlano tutti: migliorare gradualmente la sostenibilità senza sacrificare la competitività. Ma è annunciata da anni con risultati deludenti, e pare ormai poco realistica.
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