
Juve, non è questa la strada
Più che condannata a vincere, come ha raccontato Luciano Spalletti nella consueta omelia del sabato, la Juventus si è vista costretta a non perdere e a ripensare se stessa. Il pareggio di Cagliari, ancorché stretto per l’assalto finale, non può essere letto con la lente del buonismo ma può produrre indicazioni importanti per il futuro. Serve a definire, cioè, cosa bisogna fare e, soprattutto, cosa non bisogna non fare. La Juventus costruisce poco e, quando ci riesce, spreca tanto. Nove gol in sei partite sono una miseria per chi vorrebbe puntare allo scudetto o anche “solo” alla Champions. Tanto per capire, l’Inter ne ha realizzati 18, la Roma 14, la Lazio e il Milan 11. Siamo a distanze siderali. Il pareggio lo ha confezionato Kolo Muani e verrebbe da stappare champagne per l’epifania del francese, non fosse che è stato tra i peggiori in campo, si è divorato il raddoppio e quindi la vittoria quando il Cagliari era ormai sulle ginocchia.
La sensazione che, nonostante la rete, sia un acquisto sbagliato e strapagato sta prendendo il sopravvento su qualsiasi altra considerazione, anche se immaginiamo che sarebbe complicato persino per Haaland o Mbappé fare bella figura con la maglia bianconera. Insomma, Houston c’è un problema e lo strano nervosismo di Spalletti a fine gara dà il senso di quanto sia teso l’allenatore e, evidentemente, la situazione. Cosa è successo nel primo tempo alla Domus Arena è lo specchio di cosa è la Juventus in questo preciso momento storico, figlio legittimo di assenze pesanti ma soprattutto di mediocrità diffuse. Liofilizzando il concetto: la squadra di Spalletti ha tenuto in mano la partita, ha avuto il 71% del possesso palla e come illogica conseguenza non ha mai tirato in porta.
Al Cagliari, come spesso è accaduto ad altri avversari dei bianconeri, è bastato tutelarsi con il blocco basso, chiudere qualsiasi via di passaggio, avere la pazienza di tenere botta e poi colpire alla prima occasione, al primo mezzo contropiede, pure con un briciolo di fortuna per il doppio rimpallo che ha messo l’ottimo Mendy nella condizione di servire Maldini davanti alla porta. La Juventus è come la tela di Penelope, costruisce e (si) distrugge, fa e disfa, pratica un calcio asfittico e monocorde, gira palla orizzontalmente e non trova quasi mai l’imbucata giusta perché non ha centrocampisti che siano in possesso del colpo di genio, giocatori che possano pensare e mettere a terra qualcosa di non prevedibile; perché Conceicao continua a essere tanto frenetico quanto improduttivo; perché il solo Nico Gonzalez in questo mezzo casino, schierato da esterno o da seconda punta, non può metterci sempre una pezza.
E poi perché, ieri sera, nemmeno McKennie è sembrato ispiratissimo. I correttivi di Spalletti sono stati prima tattici (dal 4-2-3-1 al 4-4-1-1) e poi tecnici, con gli inserimenti di Alajbegovic e Zeghrova a inizio ripresa e di Woltemade dopo un’ora. Ma il canovaccio è stato il medesimo, solito tran tran, giusto un po’ di brio (o voglia?) in più, anche di rischi in più. L’esterno kosovaro si è preso la scena: era uno di quelli che la dirigenza ha cercato fino all’ultimo istante dell’ultimo giorno di mercato di sbolognare a qualcuno, anche in prestito. Per evitare l’onta della seconda sconfitta in sei gare, ci hanno pensato Alajbegovic con un assist e Kolo con una zuccata ma intanto le altre scappano e il sesto posto non può regalare sorrisi. Nemmeno illusioni.
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