Liberi di crossare
In attesa di smentite a stretto giro di piroetta, lo zero su quattro in Champions ha richiamato alle armi i vecchi fantasmi del «siamo un campionato poco allenante», della «carenza di intensità», delle «scopiazzature un tanto a schema». Persino Cesc Fabregas, docente all’università di Como, è stato accusato, a Rotterdam, di «scarso coraggio». Come se a Fidel Castro avessero rinfacciato di essere un rivoluzionario in giacca e cravatta.
Magari i numeri di Lamine Yamal, le sgommate di Kylian Mbappé e la carabina di Harry Kane non sono alla mercé di tutti, ma confessarlo significherebbe rigare il carisma dei tecnici; normalizzare il gesso e le frecce delle lavagne; smitizzarne il dispotismo delle formule. Ma ciò che è sfuggito a Fabio Capello, ignaro del ciclone Lazio che avrebbe raso al suolo la Juventus, ha dell’incredibile. Si riferiva al 2-1 di Vigo, ai gol di Nick Woltemade e Randal Kolo Muani: 1,98, il tedesco; 1,87, il francese. Una coppia dalla taglia forte, non proprio due torri gemelle. E allora, attenzione: «Spalletti, perché così pochi cross, se decidi di avvalerti di due “nove” cicciosi?». Già: perché? Parole e musica di don Fabio, ripeto; non di un don Abbondio raccattato nella sacrestia della prima parrocchia all’angolo.
Liberi di crossare
Il cross. Il lancio lungo. Hanno fatto la storia del calcio, calibrandone la fisicità e, in un certo senso, indagandone la spiritualità. Quei campanili sospesi, un po’ per liberare e un po’ per occupare. Quelle parabole che seguiamo con i sogni fra le nuvole e il cuore in balìa della passione e dei calcoli: dove atterreranno? Cosa lasceranno, uno sbadiglio o un brivido?
Li abbiamo segregati nelle celle di un penitenziario tattico, ligi alle epurazioni imposte dallo sbarco del pressing sacchiano e dai cingolati del tiki-taka guardiolista. Arrigo giunse a censurare bonariamente Franco Baresi per un lancio lungo, fratellastro del cross: «Franchino, Franchino. Ricordati: ogni volta che lo fai mi dai un dispiacere». Addirittura. I paradossi nascondono cerini, la cui fiamma illumina eccessi e processi.
Se il dribblatore non va demonizzato, a patto che non diventi dribblomane, il crossatore e il lanciolunghista giustificano, a maggior ragione, una clemenza che, a rigor di dottrina, dovrebbe assolverli dal giustizialismo spiccio dei tribunali di Coverciano.
Segnare di testa significa, anche, giocare con la testa. Le schiacciate di Sandor Kocsis e Aldo Serena, i terzi tempi di Mark Hateley e Cristiano Ronaldo erano e restano messaggi in bottiglia che le onde trasportano a riva, ora audaci ora traditrici. E se scarnificano la manovra, pazienza. Il rinvio del portiere ha diritto all’assist non meno dall’arcobaleno che, dalla bandierina di un corner, stimola ciuffi e clavicole. Per Nils Liedholm, «è la palla che deve correre, non noi. Lei non suda». Gli esteti ci scrutano torvi. Gli spacciatori di bisettrici li considerano futili arcaismi. Non Mattia Zaccagni (cross per la crapa di Oliver Provstgaard); e neppure Nuno Tavares (lancio a tagliare il campo per Gustav Isaksen): scommettiamo?
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