Baresi, capitano mio capitano
Ha alzato anche il secondo braccio e si è arreso. È successo così che il calcio italiano e non solo ha perso prematuramente (all’età di 66 anni appena) il capitano glorioso del Milan e della Nazionale vice-campione del mondo negli Usa Franco Baresi, simbolo di un calcio affascinante e moderno, rappresentante straordinario del ciclo berlusconiano che molti trofei addusse ai rossoneri. Inimitabile la sua collezione di scudetti (il primo, quello della stella, nel lontano ’79), di successi euro-mondiali (il primo, a Barcellona nel 1988, contro la Steaua con 80 mila milanisti al Camp Nou), testimonianza di un dominio che non fu soltanto tecnico ma anche estetico. Con Arrigo Sacchi e il suo vice Italo Galbiati mise in pratica l’adozione di una trappola del fuorigioco (in gergo venne chiamato l’elastico) nella quale puntualmente finivano i migliori attaccanti in circolazione. Spesso, i rivali dell’epoca, spiazzati, se la presero appunto per quella mano alzata di Franco Baresi pronta a segnalare la posizione irregolare del suo avversario, spesso inseguito e sorpassato in velocità. Già perché oltre alla capacità di difendere come un guerriero Franco Baresi, il capitano per tutti noi che lo abbiamo scortato in giro per il mondo, segnalava anche una velocità straordinaria.
La vita gli ha voltato le spalle all’improvviso dopo avergli fatto uno sgambetto assassino giusto un anno fa, di questi tempi. Il 3 agosto del 2025 infatti venne improvvisamente operato «per la rimozione di una nodulo polmonare, seguito da una terapia di consolidamento con immunoterapia» la brevissima spiegazione. Da quel giorno, per qualche mese, non abbiamo più avuto aggiornamenti sulla sua salute. Franco, da sempre schivo e custode rigoroso dei suoi affetti (la moglie Maura e i due figli Edoardo e Giannandrea) e del suo privato, si rifece vivo il 4 novembre con una frase sui social, «viva la vita», che riaprì il cuore di tutti alla speranza di una miracolosa guarigione. Sembrò l’inizio di una seconda vita. Qualche giorno dopo infatti, il 21 novembre, si presentò negli uffici di casa Milan, la sua famiglia da sempre. A metà dicembre lo rivedemmo in tribuna d’onore a San Siro in vista di Milan-Sassuolo, seduto sulla poltrona riservata al vice-presidente onorario. Il pubblico gli fece un’accoglienza come se fosse giunto di ritorno da uno dei tanti successi calcistici del vecchio Milan: applausi a scena aperta. E lui, coperto con cappotto e cappello di lana, rispose con la mano alzata, secondo consuetudine. L’ultima sua apparizione in pubblico coincise con la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina. Ebbe ancora la forza, vestito di bianco, di reggere la fiaccola sorretto in qualche modo da Beppe Bergomi, testimoni della gloria calcistica milanese e italiana. Ma capimmo quasi tutto quella sera. Il tumore non era disposto a dargli tregua.
Il romanzo di Franco Baresi
La carriera di Franco Baresi, il capitano, è stata un autentico romanzo d’avventura perché segnata, nel privato anche da bambino quando perse i genitori per un incidente stradale. Eppure non si arrese al feroce destino. E fu il calcio a offrirgli la strada del riscatto. Una strada cominciata nell’accampamento sbagliato, primo provino con l’Inter che alla fine gli preferì il fratello Beppe. Così a Franco non rimase che riparare dall’altra parte, al Milan. E fu lì che cominciarono a chiamarlo “piscinin”, piccolino alla milanese, ribattezzato da un massaggiatore che divenne presto una sorta di secondo papà, poi Kaiser Franz in omaggio a Beckenbauer. Gli occhi di Liedholm si accorsero in fretta del talento di quel ragazzino, non un gigante in altezza, che giganteggiava però già nelle squadre giovanili e decise di farlo debuttare un bel giorno a Verona. Gli diedero, forse per magia, forse solo per combinazione la maglia numero 6 da cui Baresi non si staccò mai. A tal punto che nella stagione dell’addio al calcio attivo, Silvio Berlusconi organizzò una sorta di cerimonia pubblica e solenne per ritirare quella maglia che non sarebbe stata più indossata da nessun altro nel Milan. Perché il 6 di Franco doveva ed è rimasto un pezzo unico.
Per partecipare all’epopea berlusconiana fu disposto a trascorrere un paio di stagioni in serie B con l’era Farina senza mai farsi tentare dalla voglia di lasciare, cambiare squadra e colori, al contrario del sodale Collovati. Il calcio gli ha restituito quel sacrificio sotto forma di traguardi considerati irraggiungibili per moltissimi esponenti della sua generazione. Solo in Nazionale - dopo il titolo vinto nell’82 con Bearzot ma da panchinaro, neanche un minuto giocato - si è fermato sulla soglia della gloria, respinto da un rigore calciato sulla traversa. Ricorderete la scena madre di Pasadena, estate afosa del 1994, con l’Italia di Arrigo finalista del mondiale davanti al Brasile con Ronaldo fenomeno in panchina e Baresi in lacrime alla fine dei supplementari e dei rigori consolato da Raffaele Ranucci capo delegazione e Arrigo ct. Fu allora che Baresi reduce da un intervento chirurgico al menisco riuscì a guarire in fretta e a partecipare alla finalissima appunto dopo essere finito in infermeria al termine della seconda sfida con la Norvegia. Sapeva forse che quell’occasione non sarebbe più passata. E così fu. Nessuna meraviglia se la sua è stata una di quelle figure trasversali rispetto al tifo degli altri club. A Bruxelles, in coppa dei Campioni contro il Malines, Franco Baresi depose dinanzi alla curva Z dell’Heysel, teatro della tragedia del 1985, un mazzo di rose rosse. Qualche giorno dopo i tifosi della Juve pubblicarono uno striscione dal testo: «Franco Baresi 39 volte grazie!».
Finì la carriera nel suo Milan e colse le ultime perle di una stagione da record. «Fino a quando ci saremo noi al Milan ci sarà sempre un posto per te» la promessa solenne di Galliani al suo capitano che aveva anche tentato la carriera di allenatore in Inghilterra per qualche mese. E così fu. Nel 2020, con il Milan americano, Franco divenne vice-presidente onorario e di fatto il legame del passato con il presente ancora indecifrabile. Per lasciare un segno indelebile Franco ha anche scritto un paio di libri sulla sua carriera e sui suoi ricordi, l’inizio da calciatore, una fastidiosa infezione da streptococco che lo tenne fermo a letto per mesi facendo perdere al Milan di Radice punti e posizione in classifica. Pensavamo che anche questa volta si sarebbe rialzato. Come mille volte gli era capitato sull’erba umida di San Siro o in giro per il mondo durante le epiche sfide di Champions League. Invece si è arreso in silenzio come ha vissuto senza mai pretendere le luci della ribalta che gli appartengono di diritto. I tifosi rossoneri lo elessero rossonero del secolo in occasione del referendum per il centenario. Oggi che non c’è più è già diventato il rossonero della storia.
