Allegri, compari e comari
Napoli la conoscevo da sempre, ma l’ho incontrata trent’anni fa. C’era l’eccezionale scuola televisiva del visionario Giulio Germaniesi e c’era una città, misteriosa e indefinibile, su cui si erano spesi, non sempre sciogliendone il mistero, scrittori straordinari.
Napoli la conoscevo da sempre perché dentro ci sono tante Italie e una sola. C’è l’Italia dell’esaltazione e del disincanto, dell’euforia e del bambino gettato, insieme all’acqua sporca, quando le cose vanno peggio di come ci si era immaginati: l’Italia della politica, dei proverbi e naturalmente del calcio. Chi vince è un eroe, chi perde è un coglione: nei secoli dei secoli. A nord, a sud e a Napoli che non è né nord né sud, è una cosa a sé e che in principio, prima di conoscerla, non amavo.
Poi l’ho abbracciata, ne ho compreso umori e malumori, e allora le vorrei dire, ma so che è impossibile farlo con chi vive di sogni, che quando si discute di calcio è necessario guardare in faccia la realtà.
E la realtà è una squadra povera di energia che, oltretutto, ha perso via via giocatori fondamentali, penso a Alisson e Neres, a Lobotka e Spinazzola, un paio per trascuratezze evidenti. Allegri al momento non sta aggiungendo nulla, succede anche ai migliori: non so che fine farà, so però che dopo una settimana aveva spiegato al presidente e al ds che senza due o tre acquisti freschi e di livello sarebbero stati guai.
Forse una volta compreso che non l’avrebbero ascoltato avrebbe dovuto strappare, andarsene e sbattere la porta, ma arrendersi prima di aver combattuto non è nel suo stile e a volte lo stile ci frega.
Ora la figura di Max, per uno di quegli effetti ottici che stingono nella memoria, somiglia al Conte napoletano con un piede già fuori dall’uscio.
Io ricordo tutto, anche perché non sono trascorsi dieci anni, ma uno. Ricordo, ad esempio, quando dopo il 6-2 di Eindhoven tifosi e media ripresero a parlare di Conte «che non regge le due competizioni e che in Europa ha sempre fatto male». Noi del Corriere eravamo tra i pochi a difenderlo con convinzione e a tentare di spiegare la natura delle difficoltà. Ricordo che anche allora, proprio come oggi, Antonio aveva un sacco di assenti eccellenti e che in precedenza aveva chiesto alla società di liberarlo di Lang (Galatasaray), Lucca (Nottingham) e Marin (Villarreal), acquisti che aveva condiviso con Manna. Questa è storia minima.
E ricordo, come voi, le sue parole dopo Bologna («non voglio accompagnare il morto») ma non ho dimenticato che seppe riprendersi e riportare squadra, società e città in Champions. Nessuno parlava della qualità del gioco, mesi fa, tutti dei risultati.
Oggi Conte è out e ovviamente rimpianto: c’è Allegri il cui arrivo è stato accompagnato da tutte le diffidenze possibili da parte di chi lo accusa di non dare un gioco, non avere un’idea, essere sorpassato - proprio come Mou, Ancelotti, Spalletti e Sarri, dei maestri - e altre stronzate simili. L’analisi è andata a farsi friggere, si parla solo di amichettismo e nemichettismo (se ci sono gli amici, non mancano i nemici giurati, le allegre comari e neanche i termini orrendi per classificarle), il pregiudizio impera e quando vengono a mancare i risultati dilaga. Ci vuole tempo e ci vorrebbe pazienza. Mancano entrambi e quindi sarà quel che sarà. Ma i problemi resteranno perché sono più concreti di un capro espiatorio.
PS. Vorrei tanto sapere cos’ha mangiato Allegri da metà febbraio, non una vita fa, a oggi, visto che dopo 25 giornate il suo Milan era secondo con 54 punti e una sola sconfitta contro le 4 dell’Inter prima. So invece cosa si sta mangiando da qualche settimana.
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