
Roma, il fondo del barile
C’era bisogno di vincere, e non soltanto per agganciare la Juventus al quinto posto e continuare a guardare da vicino il Como. C’era bisogno di vincere anche (o soprattutto?) per dare un segnale a sé stessi prima che al mondo esterno. Perché ci sono momenti in cui non si può (più) sbagliare e, in qualche modo, devi dimostrare di non essere finito. Evaporato. Sparito.
C’era bisogno di vincere per non deludere un’altra volta la tua gente, amareggiata, tradita e preoccupata per il recente andazzo. C’era bisogno di vincere pure per smorzare, deviare, forse silenziare tutte le brutte voci che hanno accompagnato il post Europa League sui rapporti (rapporti?) tra gli abitanti di Trigoria e dintorni. Una comprensibile voglia di normalità, alla base della speranza della gente con una Lupa tatuata sul petto. Tipo: voi continuate pure a litigare, ma la squadra non può, non deve andarci di mezzo.
C’era bisogno, seppur con le gambe stanche e la testa pesante, di battere il Lecce e la Roma c’è riuscita con un gol di Robinio Vaz (“Finchè la Roma Vaz, lasciala andare…”, facile no?), una delle tante mosse quasi obbligate proposte da Gian Piero Gasperini, al termine di una partita complicata, giocata bene solo a sprazzi e chiusa con un attacco in stile Primavera, non soltanto figlio di un periodo difficile. Crisi risolta? Non esattamente, forse, ma i tre punti aiutano a respirare meglio.
GPG in avvio ci ha provato con quello che aveva (che gli è rimasto…), quindi Malen davanti e tutta una serie di centrocampisti disposti in varie zone del campo - con compiti atipici per alcuni di loro - a tentare di dargli una mano. Tra i più penalizzati, in un ruolo non suo, Pisilli (che non è mai stato un trequartista) ma non per colpa esclusivamente sua la Roma nella prima frazione non è riuscita a bucare la difesa del Lecce. Manovra troppo lenta già in partenza con El Aynaoui macchinoso ed eccessivamente indeciso sul da farsi. Malen ha avuto scarsa assistenza, ha cercato di aiutarsi da solo finendo spesso con esagerare. Roma bruttina, con contributo pari allo zero a sinistra di Tsimikas. Indispensabile mettere mano alla squadra, insomma.
La prima mossa di Gasp è stata, però, ancora legata a un infortunio: fuori Mancini, dentro Ghilardi. Poi, fuori El Aynaoui, spazio a Robinio Vaz con Pisilli dirottato in mediana e molto più a suo agio. Mossa azzeccata, per via del gol realizzato in fretta da Vaz di testa su assist di Hermoso (partita ricca di tante cose belle, la sua). Il gol del vantaggio, però, ha avuto sulla Roma una sorta di effetto camomilla, il Lecce ne ha approfittato per alzare il baricentro e per prendere in mano il pallino del gioco. Hermoso miracoloso su Pierotti, Roma in affanno. Parola di nuovo alla panchina, allora. Dentro Angeliño (bentornato!) per Tsimikas e pure Arena per Malen. Capito? Arena per Malen! Questo oggi passa il convento. Una rivoluzione verde completata, poi, da Venturino per Pellegrini. Ricapitolando: in attacco un 2009, un 2007 e un 2006. La conferma che l’organico della Roma è ridotto all’osso e non soltanto per colpa degli infortuni.
Ora spazio alla sosta. In questi casi si dice l’occasione per ricaricare le batterie e risolvere i problemi che l’hanno preceduta. Fosse vero tutto questo, per la Roma ci vorrebbe una sosta di due mesi non di due settimane.
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