Castro esclusivo: "La mia Roma da Scudetto"
INVIATO A CARDIFF - La sala del Vale Resort, che la Roma ha adibito a zona stampa, affaccia sul vialetto che i giocatori percorrono quotidianamente per raggiungere il campo d’allenamento. Fuori la temperatura non supera i 18 gradi, dentro anche meno. Santiago Castro è in pantaloncini e maglietta a mezze maniche, senza mate, completamente a suo agio. Personalità. Spontaneo, diretto, trascinante. «Lo so, era soltanto un'amichevole, ma il primo gol con la Roma non lo dimenticherò mai». È la prima cosa che dice. L’ultima? Eccola: «Ma davvero non potevate dirmi che ero tutto spettinato? Dai, rifacciamo l'intervista...». È il ritratto più autentico del nuovo numero nove della Roma: sulla pelle tanti tatuaggi che raccontano la sua vita, al dito la fede d’oro (griffata) fresca di nozze, in testa un solo obiettivo: vincere con la Roma. Nota a margine: durante l’intervista non utilizza mai il telefono. Piuttosto, gioca con una penna. Una rarità.
Si sta trovando bene con la sua nuova squadra.
«Devo dire che non mi aspettavo questo impatto. Sono alla Roma da pochi giorni, ma mi sembra di essere qui da tempo. Ho un rapporto fantastico già con tutti, dai ragazzi allo staff, fino a tutti i dipendenti. E per me questo è un sogno a occhi aperti, cominciato tra l’incredulità».
Ci racconta quando ha saputo dell’interessamento della Roma?
«Ero tanto emozionato, ma al tempo stesso non volevo perdere la concentrazione e il focus sul Bologna. Quindi ho dovuto aspettare l’evoluzione della trattativa fino a quando l’affare non è stato chiuso. Poi la Roma mi ha chiamato e io ho comprato il biglietto del treno».
Davvero ha acquistato lei il biglietto per venire a Roma?
«Sì, anzi, l’ha acquistato mia moglie Augustina. Non volevamo perdere tempo e, quando ci hanno dato il via libera per partire, invece di aspettare la Roma abbiamo deciso di fare tutto noi. Il viaggio è stato un’agonia! Il treno ci ha messo oltre cinque ore ad arrivare per dei lavori sulla tratta, non vedevamo l’ora di scendere. L’attesa, però, è stata ripagata…».
Dall’entusiasmo dei tifosi alla stazione.
«Esatto, siamo arrivati a mezzanotte e non mi aspettavo una folla del genere ad aspettarci. È bellissimo sentire quanto ti vogliono, adesso voglio restituire tutto l’affetto con i gol. Ha fatto bene Augustina a comprare i biglietti».
È molto legato a sua moglie.
«Lei è il mio pilastro, il mio faro. Come si dice? Dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna. Tra l’altro sono stato venti giorni in ritiro con il Bologna, poi, subito dopo, questi altri dieci con la Roma… Mi manca e lei adesso si sta occupando di tante cose a Roma, a cominciare dal trasloco. I tifosi non vedono tutto il lavoro e l’aiuto che danno le mogli ai giocatori, è incredibile».
Il prossimo passo dopo il trasloco?
«So dove vuole arrivare… Un figlio è nei piani, puntiamo a farci un bel regalo, speriamo presto. Vediamo cosa ci porterà Roma, la città dell’amore».
Uno dei suoi soprannomi è il Torito, in onore di Lautaro.
«Sì, ma io sono Santiago Castro e voglio essere me stesso. Lautaro è un modello, un amico, ma voglio percorrere la mia strada e soprattutto voglio batterlo nella prossima sfida contro l’Inter. Ho già visto il calendario, lo affronterò il giorno dopo il mio compleanno: sarà una sfida speciale tra due grandi squadre che lotteranno fino alla fine per vincere il campionato».
La Roma può vincere lo scudetto?
«Certo, ho visto il valore di questo gruppo e possiamo giocarcela con tutti. Perché abbiamo giocatori forti in tutti i reparti e Gasperini è uno dei migliori allenatori d’Italia. Siamo al livello per competere per lo scudetto e per la Coppa Italia. E vogliamo fare bene in Champions. Se sei alla Roma devi ambire a vincere tutto».
La forza del gruppo si è vista anche nell’ultima amichevole, quando dopo un fallo su Dybala è andato faccia a faccia con un avversario.
«La rissa ci sta, quando toccano il migliore bisogna subito andare a difenderlo. Ma non ci sono andato solo io, ci siamo andati tutti. Questo spogliatoio è unito in maniera incredibile, come una famiglia. E anche questo fa la differenza per vincere».
Spogliatoio unito, ma lei è legato soprattutto agli argentini.
«Inevitabile. Con Soulé ci conosciamo da undici anni, giocavamo insieme nel Velez e adesso è incredibile ritrovarci qui insieme, da uomini e non più da bambini che rincorrevano un pallone sognando l’Europa. Io, lui e Paulo siamo un bel gruppo e c’è anche Hermoso, che ha la grinta di un colombiano, non di uno spagnolo...».
E adesso arriva anche Molina.
Castro guarda l’ufficio stampa, sorride, ma poi si sbilancia: «Sono stato con lui in nazionale, poi ho visto tante sue partite all’Atletico Madrid e all’Udinese. Spero possa arrivare, sarebbe bello avere un altro argentino in gruppo. Ma soprattutto è davvero forte, è un giocatore che sulla fascia farà la differenza nella doppia fase».
La Roma ha investito 35 milioni su di lei, in un ruolo già coperto da Malen, assoluto protagonista della scorsa stagione. Si sente la sua riserva?
«Assolutamente no, io e Donny saremo in competizione per giocare tanto, ma soprattutto per il bene della squadra. Questa sana rivalità mi farà crescere tanto. Malen è un attaccante fortissimo, ci alterneremo, potremo anche giocare insieme. Tutti siamo importanti, il bene è la Roma».
Altri club si erano interessati a lei prima di lasciare il Bologna?
«Sì, un altro paio di squadre in Italia mi hanno chiamato, ma io ho voluto solo la Roma».
Facciamo un passo indietro: che cosa rappresenta per lei Bologna?
«È una seconda casa. Io, la città, la squadra abbiamo vissuto emozioni fortissime: dalla Champions alla vittoria della Coppa Italia, alle partite di Europa League… Bologna ha un grande posto nel mio cuore, è un legame che non può finire cambiando squadra. Anche adesso mi sento con i miei ex compagni, perché sono amici, fratelli. È stato pesante lasciare il Bologna, salutare la città e i compagni. Ringrazierò per sempre il club e chi mi è stato vicino per come mi hanno aiutato a crescere come uomo e come giocatore in quella prima esperienza lontano da casa. E voglio ringraziare De Silvestri per l’aiuto che mi ha dato».
In che modo?
«Suggerendomi uno psicologo. Non solo per giocare meglio, ma proprio per stare bene nella vita, con mia moglie, nella mia casa. Perché io non sono un giocatore, io sono una persona prima di tutto. E l’aspetto psicologico è davvero troppo importante, e lo è per tutti, grandi e piccoli, a prescindere dal lavoro che si fa quotidianamente. Anzi, lo voglio consigliare ai ragazzi».
Vuole lanciare un appello?
«Esatto. Non bisogna vergognarsi di chiedere aiuto. Uno psicologo ti apre la mente, aiuta a capirti, aiuta a stare meglio con se stessi e con gli altri. Perché ci sono dei momenti in cui pensi: “Oddio, non so cosa mi sta succedendo”. Una persona può aiutarti a capire. E questo ti porta anche a crescere».
Il momento più bello al Bologna?
«Alzare la Coppa Italia… all’Olimpico. Non vedo l’ora di giocarci, sto aspettando quel momento e voglio gustarmelo. La prima volta con la maglia della Roma non si scorderà mai».
Ora però vediamo tatuato sulla sua gamba un altro stadio.
«Sì, il Dall’Ara. Ma non tutto, solo la Torre di Maratona. È un tatuaggio in continua evoluzione e racconterà la mia carriera. I compagni mi prendono in giro, ma i tatuaggi mi piacciono molto, rappresentano tanti momenti della mia storia, le persone più importanti della mia vita, i luoghi in cui sono e sarò per sempre felice».
Sul braccio ha anche un lupo.
«Quel tatuaggio l’ho fatto a diciotto anni, è un segno del destino. L’ho detto anche a Ricky».
Calafiori? Vi immaginiamo sulla spiaggia di Rio a parlare di Trigoria.
«No quando ci siamo incontrati in Brasile durante le vacanze era troppo presto. Ma ci siamo sentiti qualche giorno fa, dopo il trasferimento. Lui è stato uno dei primi a mandarmi un messaggio quando mi ha acquistato la Roma. Riccardo è molto legato a questo club e, quando eravamo al Bologna insiem e, abbiamo spesso parlato di questa città, della squadra, del derby».
Lei ha segnato due gol alla Lazio.
«Sì, e so quanto vale qui il derby. L’altra sera parlavo proprio di questo con Dybala e Svilar, delle sfide che hanno giocato loro, dell’adrenalina che si vive: mi hanno fatto venire voglia di giocarlo immediatamente».
Dalla Roma all’Argentina: qual è il prossimo obiettivo?
«È il mio sogno e, onestamente, sono venuto alla Roma anche per questo motivo. Perché un club del genere ti dà quel prestigio e quelle occasioni per metterti in mostra e, quindi, per meritare una chiamata in nazionale».
È ancora deluso per la sconfitta della Selección nella finale del Mondiale?
«Eh sì, è difficile da accettare. Soprattutto perché ho visto la finale nel ritiro del Bologna, soltanto io e Bernardeschi tifavamo Argentina. E Rowe, a ogni gol della Spagna, esultava come un matto, lo volevo ammazzare... Tra quattro anni spero di giocarla io la finale del Mondiale, dopo aver vinto tutto con la Roma».
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