Roma-Inter, appuntamento all'Olimpico

Leggi il commento sul prossimo big match in programma tra le due prime in classifica
Alberto Polverosi
Alberto Polverosi

5 min

Pubblicato il 15.09.2026, 07:46

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Non può essere già adesso una sfida-scudetto, ma Roma-Inter di sabato un pochino gli assomiglia. Due squadre a punteggio pieno, con una differenza che in questo momento premia la Roma: da prima rivale ha la miglior difesa (un solo gol preso, due con quello di Champions) e sta procedendo senza intoppi, mentre l’Inter da strafavorita di gol ne sta prendendo abbastanza, con quelli dell’Udinese sono già sei in campionato e con i due di Madrid fanno otto reti incassate in cinque partite ufficiali. Va sempre meglio della stagione scorsa (alla quarta giornata Sommer ne aveva già subiti sette solo in campionato), ma là dietro c’è qualcosa da sistemare. Va sistemato soprattutto il modo in cui l’Inter concede all’avversario lo spazio davanti a Josep Martinez per andare in vantaggio. Nelle ultime tre partite, col Napoli, a Madrid e ieri sera con l’Udinese, ha sempre iniziato da -2 e rimontare è una faticaccia. In campionato, però, c’è riuscita due volte su due, magari nella paura trova la motivazione più forte e comincia a segnare a raffica. Tre gol per schiantare il Napoli, cinque per seppellire l’Udinese. Davanti è furore vero, non a caso ha già il miglior attacco della Serie A.

Più dell’atteggiamento (che pure influisce, l’impatto è stato un po’ molliccio come il finale), all’inizio sembrava un problema di posizioni e di intesa. L’Udinese, che a Milano si è presentata senza Palma, Zaniolo e Solet, oltre a Piotrowski e Arizala, si è infilata nell’area dei campioni d’Italia senza invaderla, quasi di soppiatto, con tocchi semplici e ben fatti. In quello spazio si sono accumulati errori individuali (Akanji, Diouf, Josep Martinez, Zielinski) a errori di concetto, a chiusure mancate, a distrazioni imperdonabili, a distanze esagerate. Ieri Chivu aveva affiancato Akanji a Stones, la vecchia coppia del City di Guardiola, ma le incertezze non sono mancate. 
Poi c’è il solito micidiale fuoco offensivo di una squadra che può far respirare in panchina gente come Lautaro Martinez, Calhanoglu, Dimarco e Jones, ma rimane forte, fortissima, quando si impossessa della metà campo avversaria. Nel secondo tempo l’Inter ha deciso di tornare se stessa e l’Udinese è andata in crisi. Il ritmo alle stelle, la pressione asfissiante, gli errori tecnici spariti, ora tutto era nell’ordine delle cose interiste. Thuram ha completato la rimonta, tre a due come era successo col Napoli, quasi nella stessa maniera, con impeto, rabbia, qualità (come si è visto nell’azione del 4-2 di Pio Esposito) e con un Barella che si era messo la squadra sulle spalle già nel primo tempo, in mezzo alle difficoltà. Gol, gioco, energia, un leader come nei tempi migliori. La quinta rete di Bonny ha completato la serie di attaccanti a segno (e per fortuna dei friulani Lautaro è rimasto in panchina). 

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Sabato pomeriggio, quando si scontreranno all’Olimpico, Roma e Inter dovranno rivolgere un pensiero anche altrove, alla Lazio che giocherà poco dopo, ma soprattutto al Como in viaggio verso Frosinone. Ieri sera la squadra di Fabregas non ha giocato la partita più bella della stagione (la Champions ha sempre un prezzo, soprattutto per una debuttante), da Como vero ha fatto solo la prima mezz’ora, ma per Cesc è la quarta vittoria di fila compresa la Champions. Né Gasperini né Chivu hanno un 10 come Nico Paz, la cui crescita non è solo tecnica, ma anche tattica, fisica e atletica. E’ sempre nel posto giusto (in campo ha buoni maestri come Da Cunha, Perrone e Milla), lotta su ogni pallone grazie alla forza che ha nelle gambe e il guizzo è sempre quello dei grandi giocatori. A differenza di Dybala, un 10 puro, Nico è un 10 impuro, mediano, regista, rifinitore, attaccante, la completezza in un solo straordinario giocatore. 

 

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