Simone Giannelli: "Emozione Champions. Perugia è incredibile ma senza Colaci…"
PERUGIA - Campione di tutto, campione più di tutto. Anzi, più di tutti. Perché nessuno meglio di Simone Giannelli può dire cosa si prova a prendere in mano un trofeo e alzarlo in cielo, magari divertendosi a duettare con compagni e tifosi per decidere quando è il momento giusto per far partire l’urlo liberatorio. Un marchio di fabbrica, un’abitudine bella e felice che in stagione l’ha visto cimentarsi in quattro premiazioni, che pensando a quel che hanno detto gli ultimi 365 giorni diventano 6. Perché dalla Champions di Lodz a quella alzata all’InAlpi Arena di Torino in mezzo ci sono stati anche un titolo mondiale con la nazionale nelle Filippine, un altro titolo iridato (ma per club) in Brasile, una Supercoppa vinta a Trieste e uno scudetto conquistato davanti al pubblico di Perugia. Torino è stato solo l’ultimo capitolo di un anno vissuto a rotta di collo, al punto che adesso non si può prescindere da una bella vacanza: «Credo di essermela meritata, ma è soprattutto il mio corpo che chiede di rallentare dopo aver speso tanto negli ultimi anni». E anche aver vinto tanto, che è la parte più bella e complicata della faccenda.
Con la Champions di Torino fanno 17 titoli con i club, spalmati su 14 stagioni. Ma lei Giannelli è un tipo scaramantico?
«Proprio non direi, anzi ammetto che ignoravo quale fosse il computo aggiornato delle vittorie a livello di club. Significa molto aver avuto l’opportunità di poter vincere così tanto, ma ogni volta è un’emozione diversa. Questa Champions è il coronamento di un percorso che parte da lontano, ma è anche la chiusura di un cerchio, perché sappiamo bene che questo gruppo cambierà tanto quando ripartiremo dopo l’estate, e quindi accanto all’enorme soddisfazione per aver concluso la stagione con un altro successo di valore c’è sicuramente un po’ di malinconia, sapendo che ciò che abbiamo vissuto non tornerà più».
Quanto la spaventa questo cambiamento così profondo?
«Sicuramente servirà tempo per ritrovare un equilibrio e nuovi paradigmi, di gioco e anche a livello di spogliatoio. Ho vissuto tante ripartenze nella mia carriera, momenti nei quali si chiudeva un capitolo e se ne apriva un altro. E l’ho fatto sia a livello di club, sia di Nazionale. Una cosa è certa: tutti quei giocatori che resteranno a Perugia dovranno farsi carico di maggiori responsabilità, specialmente nella prima parte dell’annata».
La stagione s’è chiusa con 47 vittorie su 50 partite, che diventano 41 nelle ultime 42 partite. È la Perugia più forte nella quale ha giocato?
«Non so se fosse la più forte, ma i risultati alla fine sono l’unica testimonianza del passato, e se guardo ai numeri della nostra annata dico che sono stati incredibili. Però poi vincere non è mai scontato: nel 2022-23 partimmo vincendo le prime 33 gare stagionali, chiudendo imbattuti la regular season, ma a fine stagione festeggiarono altri».
A proposito di quell’annata: dopo la finale per il quinto posto, persa contro Milano, Giannelli fu l’unico a metterci la faccia. Tre anni dopo, che effetto le fa ripensare a quel giorno?
«In realtà c’è molto da imparare anche dalle sconfitte. Di sicuro quello fu una sorta di punto di non ritorno, e non è un caso se nei tre anni successivi abbiamo vinto così tanto. Va detto però che Milano già allora era una signora squadra, tanto che due giocatori che all’epoca erano nostri avversari (Loser e Ishikawa) poi sono venuti a giocare da noi».
Se dovesse scegliere una cartolina a ricordo di questa stagione, quale sarebbe?
«Il gusto di lavorare nel quotidiano. Abbiamo vinto tanto, ma se è successo è proprio perché ci siamo impegnati in campo e in palestra giorno dopo giorno, arrivando a costruire un collettivo capace di superare ogni tipo di ostacolo».
Ma è davvero possibile immaginare una Perugia senza Colaci?
«No, ma in qualche modo dovremo imparare a farlo! Max comunque resterà con noi, anche se dovrà imparare a prendere dimestichezza nel nuovo ruolo di direttore tecnico che lo attende. Ha rappresentato un pezzo importante di storia non soltanto di Perugia, ma anche della pallavolo italiana. E ha chiuso la carriera all’apice, cosa che non è da tutti. È persino riuscito a vincere due titoli di MVP, quando di solito del libero ci si dimentica tutti… anche questo dimostra la grandezza di Colaci».
L’abbraccio finale con Lorenzetti che significato aveva?
«Angelo ha saputo costruire un rapporto produttivo con tutti. Ha spiegato bene di essersi dovuto adattare al contesto, cambiando anche le proprie abitudini. È una persona con la quale tutti ci siamo sentiti in sintonia, anche quando c’erano delle cose da aggiustare. Sarà bello lavorare ancora con lui».
Prima però c’è da confermarsi vincenti anche in azzurro. A Torino c’era De Giorgi: le ha detto quando l’aspetta in ritiro?
«Adesso è giusto che altri ragazzi possano vestire la maglia della Nazionale e dimostrare tutto il loro valore. Io, come altri miei compagni, avrò bisogno di ricaricare un po’ le pile, ma penso che per la terza settimana di VNL dovrei tornare in gruppo. Anche perché è una delle poche competizioni che non abbiamo ancora vinto e sarebbe bello aggiungerla alla nostra collezione di titoli…».
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