Lo slalom di Budapest

Il gol di Mazzola in Coppa dei Campioni nel 1966 divenne il manifesto del dribbling: leggi il commento
Roberto Beccantini
Roberto Beccantini

6 min

Pubblicato il 20.09.2026, 11:24

Tutto cominciò il pomeriggio del 10 giugno 1961 al Comunale di Torino, Juventus-Inter 9-1, sei gol di Omar Sivori e l’ultima di Giampiero Boniperti. Schiumava emozione, firmò il rigore della staffa. Non era l’Inter della filastrocca, era - per rabbia, per protesta - l’Inter dei giovani. Tutto finì la sera del 3 luglio 1977 a San Siro, nella «bella» di Coppa Italia: Milan-Inter 2-0. Citò Dante, addirittura: «vuolsi così colà dove si puote». La frase, rivolta all’arbitro Cesare Gussoni, gli costò 700 mila lire di multa.

Sandro Mazzola, figlio di Valentino

Alessandro Mazzola detto Sandro. E, da Gianni Brera, Mazzandro. Nato a Torino l’8 novembre 1942, la stessa «classe» di Dino Zoff e Giacinto Facchetti, aveva 83 anni. Figlio di Valentino, capitano del Grande Torino - per Boniperti, «il più forte giocatore del nostro calcio» - è stato uno dei rari rampolli capaci di reggere il peso di tanto padre. Lui, più del fratello Ferruccio. La sciagura di Superga segnò una cesura lancinante. Il trauma dei genitori separati, la tragedia di quel maledetto 4 maggio 1949, il trasloco dal capoluogo sabaudo. Fu Benito Lorenzi, «veleno» in campo e timorato di Dio fuori, a portarlo all’Inter. Helenio Herrera non è che se ne innamori subito. Anzi. Gli suggerisce di andare a Lecco. È Angelo Moratti a fare pressione, come avrebbe fatto, sempre, per Mario Corso. Il 4 novembre 1962 c’è il Venezia: titolare. Non uscirà più.

 

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La doppietta al Real Madrid e la maglia di Puskas

Aveva un tiro che era freccia, non cannone. Ambidestro, dallo scatto felino e il dribbling secco, essenziale, in grado di aprire i Mar Rosso dei catenacci. Numero otto. «Libero» d’attacco. Quattro scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali. I lanci di Luisito Suarez, i triangoli con Corso, un centravanti quale Aurelio Milani a distrargli le sentinelle. Ha fiuto, ha timing, non è un guerriero, è un abatino, come Gianni Rivera, un «mezzo giocatore» (Brera scripsit) che trasformerà la cronaca in storia. Specialmente al Prater di Vienna, il 27 maggio 1964. Epilogo di Coppa dei Campioni, Inter-Real 3-1. Sigla una doppietta che spinge Ferenc Puskas, pace al sinistro suo, a bussare allo spogliatoio e donargli la maglia: «Tienila, sei degno di tuo padre. Te lo dico, perché il destino mi ha concesso l’onore di giocarci contro».
Memorabile, almeno ai miei occhi, rimane lo slalom (gigante e speciale) dell’8 dicembre 1966, a Budapest. Coppa dei Campioni, ritorno degli ottavi. Avversario, il Vasas. Prese palla da Gianfranco Bedin, una palla apparentemente innocua, e scartò mezza Ungheria. Non tirava mai: più lo si invitava (dalla tribuna, dai salotti, dai bar: tira, tira), più dribblava. Improvvisamente, si degnò. Di mancino. Alla Sivori. E la rete con palleggio, a Berna, nella pancia di Svizzera-Italia 1-1. Un ricamo maradonesco, il cuoio sospeso e coccolato sino allo sparo.

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