Niente Italia neanche tra i pali
E se fosse la stagione dei portieri? È un ruolo che gode di grande storia e piccola cronaca. O comunque, di una cronaca che spesso spingiamo ai margini dei racconti e delle pagelle, a meno che non ne combinino delle grosse: nel bene o nel male. A scorrere le formazioni, si direbbe che la scuola italiana sia in crisi. Lo è. La maggioranza delle squadre, dalle milanesi alle romane, ha scelto lo straniero. A inaugurarne il traffico provvide il Parma, nel 1990, scritturando Claudio Taffarel, un brasiliano. Parma che ha appena ceduto il giapponese Zion Suzuki, marcato stretto dalla Juventus, all’Aston Villa per 35 milioni di euro.
Il migliore dei nostri, Gigio Donnarumma, che Sinisa Mihajlovic catapultò nel Milan all’età di 16 anni e 8 mesi, non abita più qui: dal 2021 a Parigi, dal 2025 al Manchester City. La bacheca del Pallone d’oro indica che solo Lev Jashin lo alzò. Era il 1963: un altro secolo, un altro calcio. Secondi, strada facendo, si sono piazzati Dino Zoff nel 1973 e Gigi Buffon nel 2006; terzi, i tedeschi Oliver Kahn nel 2001 e nel 2002 e Manuel Neuer nel 2014; più il cecoslovacco (allora) Ivo Viktor nel ‘76. Visto che la prima edizione risale al 1956, la tendenza emerge forte e chiara.
Poca Italia tra i pali
Cambiando, la tattica, le trame e l’indotto ne hanno cambiato le funzioni. I motivi? Il mercato globale e l’ascesa dei procuratori; i costi «domestici»; il coraggio che hanno all’estero nel lanciare i giovani; la decadenza dei preparatori; il rapporto piedi-mani fra gioco in senso guardiolesco e parata in senso classico, con gli errori tecnici in perenne agguato (e aumento).
Cesc Fabregas, a Como, ha imposto un francese migrato ad Anversa: Jean Butez. Non un «giaguaro» alla Luciano Castellini, e neppure un Gordon Banks di scuola britannica. Un «impiegato» che timbra il cartellino e smista più pratiche dei colleghi, devoto alla «costruzione dal basso». Crescono, così, i centravanti che lo invidiano. E i bastian contrari che lo aborrono.
Sui corner e sulle punizioni spioventi, il mestiere è diventato una minaccia di patibolo. Per quanto l’altezza e la stazza siano esplose, blocchi e assembramenti al limite del kamasutra scortano e moltiplicano il rischio immane e immanente di tamponamenti bestiali. Persino gli inglesi si stanno interrogando sulla difesa della «specie», dopo che dal 1992 i vincoli inflitti al retro-passaggio avevano cominciato a ridurne - correttamente - i privilegi garantiti dal Vecchio testamento.
I portieri italiani in rampa di lancio in Serie A
Reduce dai travagli del Tottenham, Guglielmo Vicario ci riprova con Madama. Se le maglie delle squadre pesano - e alcune sono più «uguali», senza scomodare «La fattoria degli animali» di George Orwell - la casacca del «fu» numero uno pesa a prescindere. Come hanno ribadito le titubanze di un supplente, Semuel Pizzignacco del Monza, e di un titolare, Lorenzo Palmisani del Frosinone. C’è poi anche un risvolto filosofico. Nemico giurato dei «pugnetti», Zoff non smette di predicare che la «respinta» continua a essere una fuga dalla realtà, mentre la «presa», a terra o in volo, un messaggio di responsabilità. Sarebbe piaciuta ad Albert Camus e Che Guevara, portieri per vocazione o per asma.
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