La Regione fortunata

Leggi il commento del direttore del Corriere dello Sport-Stadio
Ivan Zazzaroni

Pubblicato il 21.09.2026, 07:13 (Aggiornato il 21.09.2026, 07:29)

C’è chi non ha capito che le prime e apparentemente sorprendenti convocazioni di Mancini hanno i caratteri del progetto di crescita, ovvero dell’inizio di un ciclo per il quale la Nations League costituisce una sorta di percorso di formazione, possibilmente limitando le sconfitte che produrrebbero dissenso immediato. Dopo tre eliminazioni di fila non siamo più in grado di premiare con la maglia azzurra chi la merita per il percorso, semplicemente perché non c’è alcun merito nelle cadute pesanti e ripetute.

Diciannove giorni senza campionato sono un digiuno insopportabile: da tempo però Uefa (e Fifa) ci hanno condannati alle rinunce. Per fortuna, mentre Coni e Governo fanno di tutto per cancellare Malagò, rendendosi ridicoli (ho condiviso poche scelte del nuovo presidente federale, ma a tutto c’è un limite) la Serie A ha espresso valori, giovani e protagonisti interessanti.

La Lazio e la Roma innanzitutto. Parto con la squadra di Gattuso e non per rispettare l’ordine alfabetico: in estate nessuno immaginava che dopo 5 giornate potesse ritrovarsi in testa con merito e 13 punti su 15. Complimenti a Rino che tra duemila difficoltà non solo ambientali ha saputo rigenerare giocatori (Nuno, Noslin, Belahyane, Mandas) e classifica, mostrando un calcio efficace. 

La Roma è la squadra più bella vista fin qui, al pari del Como di Fabregas (la sconfitta di ieri non sposta di un millimetro il giudizio): Malen, Dybala, Koné e Svilar gli irrinunciabili di un complesso di aggressività, princìpi chiari e qualità. L’Inter ha confermato la propria superiorità nonostante il numero di gol subiti (anche l’anno scorso Chivu impiegò un po’ di tempo per riuscire a ridurre il numero degli errori). Lautaro è uno spettacolo unico per determinazione, atteggiamento e produttività.

La super sorpresa del primo mese è senz’altro il Frosinone di Alvini: gioca con coraggio e una libertà invidiabili, come «un gruppo di amici che muoiono l’uno per l’altro (cit. Fabregas)». Kvernadze è molto forte, Calò ha colpi raffinati, Raimondo un mio pallino da quando stava a Bologna: lo seguii anche a Terni. Sullo stesso piano metto il Cagliari di Pisacane: squadra in gran parte ricostruita, ma più che convincente per spirito e soluzioni. Maldini si è integrato subito, Caprile, Mendy, Romano, Deiola e Adopo i punti di forza. 

Vanoli ha (ri)cominciato alla grande dimostrando che la Fiorentina è più che allenabile e possiede valori tecnici alti: la fase difensiva lascia ancora a desiderare, ma i margini di crescita del gruppo sono evidenti.

Juventus e Milan non hanno brillato, al di là dei punti raccolti. Spalletti è in grado di aggiustarla (ieri, ad esempio, un progresso notevole), nutro qualche dubbio su Amorim che mi sembra anche poco assistito. Si ha spesso la sensazione di assistere alla dimostrazione di un teorema, più che alla costruzione di una squadra.

Deludenti, al momento, l’Atalanta di Sarri e il Napoli di Allegri che rispecchia umori, paure, aspirazioni e pregiudizi: squadra over 31, un motore da Mercedes diesel e infortuni penalizzanti esattamente come la scorsa stagione. Max ha diverse linee di intervento, ma dovrà compiere un miracolo: gli servivano un difensore e un attaccante di livello, glieli avevano promessi, giocano altrove. 

Il Bologna sta cercando di rimediare a un mercato di sottrazioni e alla scelta di Tedesco che non ha avuto il tempo di mostrare le sue capacità. Il gruppo l’ha rigettato. 

Premio Sfiga d’oro a Giovanni Stroppa: se aveste visto giocare il Venezia, vi meravigliereste dello zero in classifica.

PS. Allo Stadium, durante il minuto di raccoglimento per ricordare Sandro Mazzola, tanti juventini hanno mostrato la schiena al campo. Di fronte a gesti vergognosi come questo il passato del morto, di un campione, si fa enorme, incommensurabile, pieno di dettagli nuovi.