Qualcosa di personale

Leggi il commento sul momento di Luciano Spalletti, reduce dal pari tra Juve e Cagliari e dalla reazione a fine gara contro Fabio Pisacane
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Massimiliano Gallo
Massimiliano Gallo

5 min

Pubblicato il 13.10.2026, 10:37

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Il meglio di sé Luciano Spalletti lo offre quando tocca la carne viva. Quando si abbassa i calzettoni e gioca senza protezioni. Come ha fatto domenica sera a Cagliari in tv dopo il pareggio per 1-1. Ha lasciato di stucco tutti con una frase che non sarà piaciuta al popolo juventino ma che più sincera non si potrebbe. «Io non mi gioco il risultato della partita stasera, io mi gioco il finir bene una carriera. Perché ormai ho quasi 70 anni e devo finir bene la mia carriera».

Spalletti e la Juve, in ballo c'è la credibilità

È lo Spalletti più affascinante quello che mette a nudo i suoi timori. Perché Luciano sa bene che con la Juventus si sta giocando parte del suo patrimonio di credibilità. Nessuno rimetterà in discussione il suo status da grande allenatore. Però è innegabile che dopo i trionfi di Napoli sia uscito decisamente ammaccato dall’esperienza in Nazionale. E che fin qui a Torino non c’è stata la rinascita che tanti avevano immaginato.

Eppure aveva cominciato bene. In poche settimane sembrava aver preso in mano le redini della squadra e dell’ambiente. Ma è durato poco. Troppo poco. Le illuminazioni spallettiane sono state dei lampi. Delle folgorazioni. Mai realmente metabolizzate fino a diventare sistema, parte integrante del carattere della Juventus. È questa la più grave lacuna dell’avventura del tecnico di Certaldo. Diciamo la sua sconfitta: guardi i bianconeri giocare e non pensi – tranne rare eccezioni – che ci sia lui in panchina da un anno. Ha firmato lo scorso 30 ottobre.

Nessuno nell’ambiente juventino si era illuso di rivivere i fasti di Napoli (anche perché, diciamolo, non ci sono né Osimhen né Kvaratskhelia). Ma allo stesso tempo nessuno si sarebbe aspettato quella paurosa sbandata nel finale di campionato. Il tecnico ha perso il controllo e da uno esperto come lui non riesci a immaginarlo. Eppure è accaduto. La Juventus è rimasta fuori dalla Champions. Ha fallito la stagione. Ma non è solo questo. Dalla sua gestione era lecito attendersi una crescita più evidente di Yildiz ora fermato da un infortunio. Non solo. Non possiamo non citare la metamorfosi di Jonathan David oggetto misterioso in bianconero e immediatamente rifiorito all’Atletico Madrid sotto la guida di Simeone: tre gol e due assist in quattro presenze in Liga. Più qualche dichiarazione e comportamento qua e là non proprio felice, come le parole su Kolo Muani o il post-partita con Pisacane.

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Spalletti e le esperienze che lasciano il segno: ora è una partita personale

È strano per un allenatore che prima della Nazionale non aveva mai sbagliato stagione. Dall’Udinese – che ha portato al quarto posto - alla sua prima Roma che è andata vicinissima allo scudetto e ha lasciato un ricordo indelebile con l’invenzione di Totti falso nueve. In Russia con lo Zenit ha vinto due campionati prima di tornare a Roma. E anche nella sua seconda esperienza, la squadra l’ha raddrizzata. Pur con la complessa gestione del finale di carriera di Totti. All’Inter, con una rosa decisamente non all’altezza, ha centrato due qualificazioni Champions. Poi la consacrazione a Napoli e infine la Nazionale. Una mazzata che lo ha lasciato tramortito, deluso innanzitutto da sé stesso. Un tormento che forse non lo ha mai abbandonato. Sereno non è mai stato. Ma è come su un’ombra continuasse a seguirlo. Lui lo sa. Come sa che alla Juventus non ha tenuto fede alle attese. E non è questione di Conte che pure sta sempre là sullo sfondo. E incombe. È una partita personale quella che sta giocando Luciano. E che giocoforza coinvolge anche la Juve. 

 

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