Var, la terra degli opachi  

Leggi il commento al momento arbitrale e alle poche revisioni effettuate nelle prime due giornate
Roberto Beccantini
Roberto Beccantini

4 min

Pubblicato il 01.09.2026, 10:49

«Chi non sta da una parte o dall’altra della barricata, è la barricata», sosteneva Lenin, un signore che di rivoluzioni ne masticava. Perché sì, questa volta parliamo di «una» rivoluzione: e se l’argomento non è nuovo, sempre nuova, e meritevole di adattamenti, risulta la cagnara che sparge. Il Var. Debuttò in serie A il 19 agosto 2017. Presidente federale era Carlo Tavecchio; designatore, Nicola Rizzoli; con Marcello Nicchi al vertice dell’Associazione Italiana Arbitri. Si era in piena dittatura juventina e, quindi, la scossa venne salutata dal fervore iconoclasta del popolo. Nella stagione 2019-2020, Rizzoli aprì i mani-comi e i rigori schizzarono da 122 a 187: più 65. Lo schermo diventò la lanterna di Diogene: il filosofo cinico cercava l’uomo, lo sceriffo pignolo braccava il cavillo.

Sino, grosso modo, alla sera del 23 agosto 2026, quando, nel corso di Torino-Milan 1-2, una sbracciata di Nikola Vlašic non ha commosso né il controllante in campo né i controllori alla tv. Nove anni dopo l’esordio siamo ancora qua a interrogarci, a spiarci, a beccarci. L’improvviso e plateale «Lobellismo» di Francesco Fourneau in Juventus-Parma 2-0, con la «grazia» concessa a Kerim Alajbegovic senza sos a o da Lissone, ha liberato, addirittura, gli spettri della sudditanza psicologica. «Chi fa una rivoluzione a metà non fa altro che scavarsi una tomba», ammoniva Louis Antoine de Saint-Just, politico francese, tra i più fanatici del Terrore giacobino. Noi, poi, siamo unici: vorremmo farle sacrificando, al massimo, la custodia del computer. Troppo comodo: costano sudore, lasciano cicatrici. Nello sport, per fortuna, le perdite sono esclusivamente metaforiche: eppure la sponda dei social ci eccita, il livore trasversale ci turba.

Il primo «caduto» della sterzata di Daniele Orsato è stato Johan Vásquez, spinto alle spalle da Kevin De Bruyne agli sgoccioli di Genoa-Napoli 0-2: gol convalidato invece di punizione pro Grifo. La ricerca del tempo perduto, cara all’Occidente tecnologico, non fa prigionieri. Vuoi che le partite durino di più? Okay: accetta, allora, di ridurre i fischi e le processioni al video. Pazienza se il Daniele De Rossi di turno darà legittimo sfogo alle sue ragioni; pazienza se per un periodo abbiamo gridato «più Var» (e non solo per gli errori «chiari ed evidenti»: vero, Gianluca Rocchi?), salvo curvare e implorare «meno Var» allo scopo di combattere l’eccesso di assistenzialismo. Si è disossato il protocollo, si è macellato il frame nella speranza di avvicinare la «perfezione di giustizia».

Ah, giornalisti vil razza d’annata. O dannata. Pierluigi Collina alla Fifa e Roberto Rosetti all’Uefa continuano a sfornare «droni» didattici per sconfiggere le simulazioni, per limitare le gite dei portieri, per polverizzare la difformità delle «traduzioni». Al minimo «tradimento», però, ghigliottina e voglia di restaurazione. Adesso che hanno robotizzato il fuorigioco (tranne che per la variabile «geografica» dei passanti), vale la pena di ricordare le nostre capriole; e che le moviole, date per morte, non sono mai state così vive. Var sì, Var no: la terra degli opachi.

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