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Romano esclusivo: "Ho scelto il Cagliari"

Il centrocampista, conteso da Svizzera e Italia, ci svela la sua storia e i suoi sogni 
Fabrizio Patania

Pubblicato il 01.09.2026, 10:10

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I colori della Sardegna sono abbaglianti anche a fine agosto, il Poetto è pieno di turisti in costume, c’è la fila davanti al porto per l’imbarco dei traghetti. Le palme e il rosmarino adornano l’ingresso al centro sportivo di Assemini, 20 chilometri da Cagliari. Alessandro Romano ha appena finito di pranzare con la squadra. «Ho preso casa in centro. No, il mare non lo vedo, ma ci arrivo a piedi in 5 minuti. Dico la verità, non ho avuto tempo e modo di conoscerlo. Anche se vengo dalla Svizzera, non sono attratto dalla montagna. Vado spesso a Napoli, da dove viene la famiglia di papà. Mia madre Chiara è di Lecce. Anche in Puglia il mare è bellissimo, ma niente confronti». Si sta ambientando in fretta. Una terra, un popolo, una squadra. Si era presentato sui social salutando i tifosi in dialetto. «A si biri», significa arrivederci in sardo. «Ajò» gli diciamo per accoglierlo con un sorriso accanto allo sguardo protettivo di Paolo Vallone, responsabile dell’ufficio stampa del Cagliari. Alessandro ti guarda dritto negli occhi, dimostra più dei vent’anni compiuti il 17 giugno, parla nello stesso modo con cui gioca. Disinvoltura, naturalezza. «Parlo cinque lingue, forse imparerò a dire qualcosa in sardo. No, non penso se farò il dirigente da grande. Ho appena iniziato a giocare. A scuola in Svizzera ho imparato tedesco e francese. La mia famiglia è italiana, a casa adottiamo un mix con lo svizzero. Con i nonni si parla solo italiano». Le attenzioni di Mancini, la rincorsa di Yakin, l’estasi di Cagliari. Giulini e il ds Accardi lo hanno soffiato alla concorrenza del Palermo. L’impatto in Serie A folgorante. Ecco cosa ci ha raccontato il gioiello conteso da Svizzera e Italia.

Gol e vittoria a Parma all’esordio da titolare in A. Un’altra bella prestazione davanti ai campioni dell’Inter. Te lo aspettavi un inizio così?

«In realtà non ci pensavo, ho lavorato giorno per giorno, curando la preparazione per raggiungere la forma fisica migliore. Ho provato un’emozione fortissima a Parma. Non immaginavo di segnare. Domenica all’Unipol Domus mi hanno stupito i tifosi, negli ultimi dieci minuti ci hanno dato una spinta enorme. Non ci siamo spaventati anche se era l’Inter, alla fine credevamo nel pareggio. Si sta formando un gruppo fortissimo. Vedo energia, entusiasmo. Mi hanno accolto bene. Tanti giovani, ci divertiamo, lavoriamo bene».

Com’è Winterthur?

«Città carina, tranquilla e ordinata. Si vive bene. Società a conduzione familiare, ora in seconda divisione svizzera, appena retrocessi. Ho iniziato a giocare a calcio lì quando avevo 6 anni. Noi abitiamo fuori Zurigo, a metà strada verso Winterthur. Mio padre Umberto è nato in Svizzera ma si sente napoletano, come la sua famiglia. Era un calciatore, ora allena. I miei genitori si sono conosciuti su un campo di calcio. Papà giocava nel Baden, mamma lavorava allo stadio. Una coincidenza. Anche Franco e Teresa, i miei nonni, si erano trasferiti a Zurigo. Mio fratello Luca, di due anni più grande, gioca nel Kriens. Mediano anche lui. Stesso ruolo di papà. Abbiamo il centrocampo nel sangue».

Andiamo al punto, sarebbe bello vederti con l’Italia. Mancini ti ha chiamato, l’ok sembra vicino.

«Sono felice, a soli 20 anni, di aver attirato l’attenzione di Mancini e Yakin. Un onore immenso, sono venuti tutti e due allo stadio a vedermi nelle prime due giornate di campionato. Ho le idee chiare, al momento la scelta la tengo per me. Vediamo quando usciranno le convocazioni per la Nations. Devo passare da una delle due porte. Quello che posso dire è questo: non sceglierò contro una nazionale, ma a favore di una nazionale».

Yakin ha preso un aereo per vedere Cagliari-Inter: ci hai parlato?

«Ancora no, ci parlerò, ma ci eravamo sentiti nei giorni scorsi».

Il quotidiano Blick ha scritto che anche Akanji è entrato in pressing.

«Abbiamo parlato a fine partita. Non lo avevo ancora incontrato, ma lo conoscevo. Lui è stato allenato da mio padre quando giocava nelle giovanili del Winterthur».

A proposito di coincidenze. Tuo padre nella passata stagione lavorava nello staff tecnico di Baroni al Torino.

«Sì, ma non ci siamo visti più di tanto. Io giocavo, lui era sempre alle partite. Mia madre, per dividersi, ha fatto il giro d’Italia. Abbiamo un rapporto straordinario, ci amiamo. Parliamo anche di calcio, ma soprattutto è mio padre».

La scelta del Cagliari nasce da lontano, Pisacane ti voleva già l’estate scorsa.

«Il mister lo conoscevo da avversario, ci avevo giocato contro con la Primavera. È giovane, ci tiene. A fine campionato ci siamo sentiti, mi voleva con forza, è stato fondamentale percepire la sua fiducia. Ho scelto per il Cagliari per lui e per la squadra. Sul campo riconosce i punti di forza, adatta il gioco, chiede fluidità. Se affronti l’Inter, devi per forza saper fare cose diverse».

Cagliari la terra promessa perché da qui è passato anche Palestra?

«Non ci ho pensato, sono contento per lui, qui è stato protagonista di una bella stagione e ora si è trasferito in Premier. Non mi sento di passaggio a Cagliari, passaggio credo sia una parola sbagliata (si tocca la maglia con il simbolo dei quattro mori e il gesto vale più di ogni altra parola, ndi). Qui mi piace tutto, ho letto quello che potevo su Gigi Riva, un idolo e la leggenda della Sardegna».

Perché la Roma ti ha lasciato andare?

«Bella domanda, non lo so. Ho fatto quattro anni bellissimi a Trigoria. Ero arrivato da ragazzino con l’Under 16, via di casa per la prima volta, non era facile, mi hanno aiutato tanto. Ho fatto tutto il percorso sino all’esordio in A e il prestito a La Spezia. Non avevo un’idea precisa a fine campionato di cosa sarebbe successo. La chiamata di Pisacane ha cambiato le cose».

De Rossi ti ha allenato, Ranieri ti ha convocato per la prima volta.

«Penso anche a Vergine, che mi ha voluto nel vivaio della Roma. De Rossi giocava nel mio stesso ruolo. Sul campo ho fatto un solo allenamento con lui, ma la sua personalità, il modo di lavorare con i ragazzi, l’energia e la simpatia mi hanno colpito. Brava persona, non solo un grande campione».

L’esordio con Gasp a Lecce.

«Giorno indimenticabile, nella stessa data del compleanno di mio padre e nella città di mia mamma. Purtroppo non erano allo stadio, ma il destino ha scelto bene»

L’esperienza in B a La Spezia ha accelerato il percorso.

«Cinque mesi intensi e sono arrivato in un momento non facile. La serenità di Donandoni e il temperamento di D’Angelo. Li devo ringraziare, mi hanno aiutato ad arrivare dove sono. Peccato per la retrocessione. Ha fatto male a noi, alla società e ai tifosi».

Perché il numero 4?

«A Roma è successo era libero e l’ho preso. Qui a Cagliari mi parlano tutti di una maglia importante per i calciatori che l’hanno indossata, come Nainggolan».

Quali i tuoi centrocampisti top?

«Il riferimento è Xhaka, mi ha sempre ispirato la sua leadership, anche lui è mancino. È stato in passato vicino alla Roma, speravo venisse a Trigoria e mi dicevo “così ci parlo in tedesco”. Mi piaceva Busquets. Rodri è un fuoriclasse».

Giocare di prima (come Xhaka) è una dote innata o si impara?

«Mi alleno tantissimo per curare i dettagli. Se ti eserciti sul campo, riesci a farlo in partita. Non so se mi veniva naturale da bambino, ora so quanto ci lavoro. Contano gli spazi liberi. Sono fondamentali i tempi di esecuzione, devi sapere in anticipo dove mettere il pallone. Nel vivaio della Roma ho avuto tanti allenatori bravi. Guidi mi ha dato una grossa mano. Regista? Non lo so, ho sempre fatto il mediano classico, sono aperto a giocare anche più avanti. Mi piace andare per il tiro da lontano o tentare le imbucate».

Un difetto da correggere?

«Devo migliorare con il piede destro. Per un mancino, si dice, è naturale usare meno il piede debole. Ho margine, sono giovane».

In campionato vi aspetta il Lecce, possono essere già punti pesanti, e nell’attesa c’è la Coppa Italia.

«Partita complicata, ma ora stiamo pensando al Verona. Squadra forte, non da Serie B . È un obiettivo andare avanti in Coppa Italia».

La spiaggia, un clima fantastico: è facile giocare a Cagliari?

«Sì, direi quasi perfetto. Hai la testa sul campo, ma c’è anche il lato bello e positivo. Per lavorare bene devi staccare la spina e liberare la mente nei momenti di riposo».

Qui ci sono grandi progetti, i soci americani, il progetto stadio. Magari Alessandro gioca l’Europeo 2032 a Cagliari.

«Abbiamo un centro sportivo bellissimo, la società ci mette nelle condizioni migliori per lavorare bene. Ho visto le foto e il progetto dello stadio, non so come verrà fuori, ma sembra molto bello. E poi sì, sarebbe bello giocarci anche l’Europeo, perché no?».

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