Il gigante Sandrino
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Se n’è andato come uno dei suoi sigari, lasciato spegnere lentamente nel posacenere, esalando flebili spire di fumo, senza che più nessuno possa ravvivarlo. Era stanco e altrove, sul finire. Non era più Mazzola. Non quello che il mondo ha conosciuto sempre, da ragazzo e poi da uomo fatto, da giocatore e da dirigente, il Mazzola vivace, ciarliero, ironico, con quella sua voce quasi in falsetto e quell’arguzia da cervello sempre acceso. Anch’egli si porta via una storia italiana di altri tempi e di altri modi, diciamo pure di un’altra Italia punto e basta, che oggigiorno i giovani faticano a comprendere e gli anziani faticano a ricordare.
Mazzola e l'intuizione di Herrera: nasce la Grande Inter
Sandro era figlio di, del mitologico Valentino che fece grandissimo il Grande Torino. Spietato punto di partenza. Ma se c’è un capolavoro che gli va riconosciuto è proprio quello di aver ribaltato il luogo comune del ragazzo condannato a subire in modo umiliante i continui confronti con un genitore celebre, facendo addirittura lo stesso mestiere. Orfano assieme al fratello Ferruccio di un fuoriclasse, Sandro è titolare dell’Inter a 21 anni, nel ‘63, in quella squadra che il Mago Herrera è costretto a ridisegnare dopo sole due vittorie in sette partite. Non è un restyling, è una ristrutturazione da capo a piedi.
Mazzola viene lanciato assieme a un bravo terzino suo coetaneo, un ragazzo di Treviglio, Giacinto Facchetti, con Picchi messo libero anzichè terzino e Suarez arretrato da mezzala a regista. Là davanti Sandrino il rifinitore si trova all’ala Jair e centravanti Di Giacomo. È la formula perfetta: da lì in poi, con lo scudetto, nasce il capolavoro che segna la storia del calcio, di Milano, del costume, notti incantate alle Luci di San Siro, stelle in campo e stelle nei cieli quando le nebbie vanno fuori stagione, un’alchimia al forte aroma di anni ruggenti, definita semplicemente come va definito un film da Oscar, La Grande Inter, regista Helenio Herrera, produttore Angelo Moratti. Dal ‘63 al ‘66, tre scudetti, due Coppe Campioni e due Coppe Intercontinentali. Ma per Sandrino il trionfo più eclatante, tutto suo, solo suo: non è più il figlio di Valentino, in quel senso, è un altro Mazzola che vive di talento proprio e di gloria esclusiva, senza alcuna rendita ereditata dalle discendenze familiari.
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