
Juve, prigionieri dell’algoritmo
Tu pensi al Verona (già retrocesso) che affronti in casa, al Milan che ha appena perso con il Sassuolo e per estensione del concetto all’aggancio al terzo posto in classifica, poi anche alla blindatura della Champions League, insomma sorridi beato e immagini un pomeriggio di quiete assoluta, invece finisci per pensare male. Malissimo. Perché quella che per la Juventus doveva essere una passeggiata di salute si è trasformata in un mezzo incubo, due punti gettati dalla finestra con un calendario (Fiorentina, Lecce e derby) che non proprio ti è amico, una chance sprecata e qualche riflessione pesante da portati addosso in settimana. È vero che alla fine c’è stata anche un po’ di sfortuna (paratone di Montipò e palo di Zhegrova) ma ci si aspettava di più e di meglio da una squadra reduce da un filato di risultati positivi e non ancora sicura di nulla. No, non è andata proprio così per quel vizio di superiority complex che spesso contamina le sfide sulla carta scontate e le trasforma in scalate dolomitiche.
La Juventus è riuscita a complicarsi la vita prima con un atteggiamento tra il supponente e il molliccio, poi con una cavolata sontuosa della difesa che ha coinvolto un insospettabile (Bremer), uno abbastanza affidabile (Kelly) e uno molto poco affidabile (Di Gregorio, non proprio reattivissimo sul tiro dello scozzese Bowie). Un mix che ha obbligato la formazione di Spalletti a giocare il secondo tempo con l’ansia addosso per raddrizzare un risultato che pure cosi ha del clamoroso. All’atteggiamento e alla cavolate di cui sopra vanno aggiunti i pomeriggi non proprio scintillanti di Yildz (abbastanza giustificato dal ginocchio malconcio), di McKennie (nascosto) e Thuram (impreciso), oltre all’assenza dell’essenza di David, un centravanti che non è un centravanti, un attaccante che non attacca, un bomber (?) che non regge mai l’urto con il difensore, un lusso per qualsiasi squadra non solo di serie A. Eppure, si dirà, al Lilla segnava tanti gol, con il Canada fa sempre bene, ma la Juventus è un’altra storia e la serie A - ancorché svalutata eccetera eccetera - un altro palcoscenico.
Abbiamo la comprovata sensazione che se Spalletti avesse avuto a disposizione Vlahovic per tutto il campionato, David sarebbe finito in cantina a fare compagnia a Openda, un altro flop del mercato estivo della premiata ditta Comolli&Modesto, entrambi figli legittimi dell’algoritmo selvaggio che contamina(va) qualsiasi ragionamento della società bianconera. Vlahovic, già: che dopo 180 giorni di forzato digiuno ha confezionato il gol del pareggio, che ha provato a trascinare la squadra verso la vittoria, che ha legittimato la tentazione di prolungare un contratto fino a qualche mese fa assolutamente non ipotizzabile. Il centravanti serbo ha dei limiti, non è Haaland e nemmeno Hojlund, non ha parentele strette con Lautaro e Thuram (Marcus), ma rispetto a David è un gigante.
Ora: ammesso e non concesso che la Juventus riesca a centrare l’obiettivo minimo della Champions League - perché in caso contrario il ridimensionamento sarebbe dettato dal bilancio e non solo - converrà che l’algoritmo venga messo da parte e si ri-costruisca un organico all’altezza di ambizioni più che legittime. Spalletti può e deve contare di più nelle scelte tecniche, altrimenti ci sarà sempre un Edmundsson a sbarrarti la strada all’improvviso. Il gigante biondo e’ il perno della difesa delle Isole Far Øer, che nelle qualificazioni per il Mondiale ha subito meno gol dell’Italia. Pare che Sean Sogliano lo abbia scelto con il fiuto del diesse non con un algoritmo…
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