Quel che resta di Gasperini
Il gigantesco affresco post-moderno sulla parete dei vecchi magazzini generali, nel quartiere popolare di Boccaleone, è come una clessidra che misura il passare dei ricordi: lentamente, tra sole e gelo delle stagioni, sta perdendo smalto e vivacità. Colori sbiaditi, in dissolvenza. I santini raffigurati non sono neppure gli eroi dell’Europa League, c’è il Gasp con il suo indimenticabile trio d’attacco, Ilicic-Zapata-Papu, quello che di concreto non ha vinto niente, ma quello che ha fatto partire tutto. Erano i migliori anni della nostra vita, pensano i bergamaschi guardando il murale dal cavalcavia. Ancora troppo fresco e vivo però il ricordo, per considerare quell’Atalanta un passato sepolto. Certo il tempo farà il suo lavoro esemplare, riducendo il murale e il suo messaggio a semplici vestigia di un’era remota. Ma adesso è troppo presto, ad ogni incrocio col Gasp tutto torna fuori, e chissà per quante volte ancora.
Non c’è poi come apprendere da lontano che anche la Roma sta diventando una spettacolare macchina da guerra, non c’è come vedere certi ritmi e certo spettacolo per ricaricare la molla dei guelfi e dei ghibellini in salsa orobica. Perché di fatto questo è rimasto a Bergamo, nel dopo-Gasperini: una feroce divisione tra le vedove inconsolabili e gli implacabili offesi. Chi proprio non ce la fa a cancellare quei nove anni che qui sconvolsero il mondo, trasformando l’oscura provinciale in uno show mondiale, e chi invece ha fretta di rimuovere alla svelta, perché del Gasp ricorda solo il carattere acuminato e la fuga da traditore. Chi guarda la partita sperando ogni volta – con Juric, con Palladino, con Sarri – di rivedere quel film, chi pretende sui giornali e sui social di piantarla con questa visione frignona, basta, gli allenatori passano e l’Atalanta resta, si volta pagina e si guarda avanti.
Questa resta davvero, questo si respira a due anni dal divorzio: un’insanabile spaccatura tra rimpianto e risentimento (risentimento puntualmente applicato anche a De Roon, secondo imputato di alto tradimento, degno del primo). Per la verità, di Gasp e dell’epopea del Gasp, in soldoni resterebbero soprattutto le riserve auree accumulate nel caveau a raffiche di plusvalenze, ma è chiaro che là fuori, in curva e nelle piazze, pesano di più i sentimenti e i risentimenti. Tant’è vero che la stessa società, a furia di voler dimostrare che il miracolo se l’è fatto essa stessa con la propria abilità, a prescindere dall’allenatore, le sta provando tutte per seppellire l’ingombrante memoria di quel decennio fatato. Questo è, non altro, lo scommessone Sarri: scappare agli antipodi dal Gasp, come modi e come gioco, per aprire un altro luna park. Sarà un caso, ma lo stesso Sarri ha cominciato epurando gli ultimissimi fedeloni del Gasp, i Djimsiti e i De Roon, perchè non restino scorie in giro.
Così è la storia, adesso, a Bergamo. Chi non vuole proprio dimenticare, chi non vuole proprio ricordare: ma l’oggetto al centro resta comunque lui, il Gasp. Guelfi e ghibellini, pro e contro, nostalgici e odiatori, tutti però si ritrovano sulla stessa convinzione, confessata apertamente o nascosta come inconfessabile: quell’Atalanta, mai più.
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