La fine è nota?
E poi siamo arrivati alla fine. Ci siamo arrivati cercando un nuovo inizio. Non l’abbiamo trovato e forse non lo troveremo proprio come nelle scorse settimane, allo Stadio Olimpico, con le tende di plastica bianche malinconicamente abbassate davanti ai bar, era un’ipotesi, come ogni sospiro abbia spirato intorno alla Lazio negli ultimi mesi, persino trovare una bottiglia d’acqua prima delle partite.
E poi siamo arrivati alla fine, con la gola arsa dalla sete, ricordando e rimpiangendo, imprecando e recriminando, fino a riscrivere la nostra stessa storia. Chi eravamo? Cosa abbiamo fatto in tutti questi anni? Ci volevamo vincenti? Ci volevamo competitivi? Ci volevamo rispettati, compresi, ascoltati? Cosa desideravamo, davvero, dalla nostra squadra? E poi, era davvero nostra, la Lazio, come ci dicevamo e abbiamo continuato a ripeterci, un po’ retorici, molto selvaggi e assai sentimentali o non era già da tempo immemore di qualcun altro, come una proprietà in vendita, con un cartello al collo, proprio come tutto il resto? È venuto giù tutto, come vengono giù i matrimoni di convenienza o le case tirate su troppo in fretta. La crepa nel muro si è allargata, perché a cena gli occhi sono bassi, si guarda nel piatto e il piatto, da almeno un paio d’anni, è desolatamente scarno.
È la nostra storia, piena di felicità impossibili
Ho l’età dei datteri, sono un feticista della banda del ’74, ho deciso che Maestrelli era un parente senza averlo mai abbracciato a Natale, ho dormito all’Hotel Americana senza aver avuto neanche il tempo di vederlo ancora in piedi, ho sofferto per Re Cecconi e sognato un’infinità di volte di poterne cambiare il destino. Ho attraversato gli entusiasmi lenti dei ricordi stagionali, con un sentimento mai piegato dai risultati, fin da quando Lorenzo metteva a dieta Filisetti facendolo stramazzare e sul conto di Juan Carlos si rincorrevano mitologie dalla romanzesca veridicità che lo pretendevano vestito da tanguero, con Piazzolla in sottofondo e un bicchiere di champagne in mano, pronto ad accogliere i giocatori della Roma nell’imminenza di un derby. Ci siamo ubriacati di rado e abbiamo bevuto tanta gazzosa, ma quando ci siamo concessi un giro lo abbiamo fatto senza badare a spese. Ti ricordi Perugia? Mi ricordo Roma. La gente sul prato, il canto dei motorini, il rumore dei clacson, gli sconosciuti che diventano fratelli e sorelle, la voglia di stare sul Lungotevere fino a confondere la notte con l’alba. E non l’ho dimenticata, la sensazione acre di aver raggiunto la vetta e doverla difendere dai nemici, dagli incubi, dai proci un istante dopo averla accarezzata. È proprio vero che ogni gioia porta in sé la paura di perderla e ogni Zenit custodisce il suo Nadir. È la nostra storia, «la nostra cazzo di storia», ed è piena di felicità impossibili. Abbiamo visto le alfette dei gendarmi a bordo campo in un giorno di marzo del 1980 e i nostri eroi alla sbarra. Abbiamo visto l’inferno e sentito il calore delle fiamme. Ci siamo scottati e possiamo ancora raccontarlo. Abbiamo osservato i capelli al vento di Giuliano, sopra una maglietta con lo stesso numero di Garrincha, Best e Gigi Riva, somigliare per 82 minuti a quelli di Sansone. Si girò in un ciuffo di centimetri, soffiò il pallone oltre la linea dell’estasi e volò sopra le barriere perché nessuno osasse tagliarli. Il 21 giugno 1987, il giorno di Lazio-Vicenza, compivo dodici anni. La terra tremò per qualche secondo e uscito dal mucchio selvaggio delle mani mulinanti, delle urla e del delirio collettivo scoprii di essermi rotto due dita a tarda sera. Avevo pianto, sì. Ma per ragioni distanti dall’ortopedia.
L'Olimpico pieno perché Sarri è un uomo straordinario
Stasera lo stadio sarà pieno, come quel giorno in cui Neno Fascetti, cresciuto al magistero dell’ingegner Aldo Delpelo, della Fulgorcavi di Latina e dei ricordi ruvidi di Antonio Pennacchi: «Eugenio? Uno con i coglioni, un uomo vero» si sedette in faccia al golfo di Napoli e ringraziò dio. Sarà pieno perché Maurizio Sarri è prima ancora che un allenatore eccezionale, un uomo straordinario: lui, una squadra e tutto il mondo fuori. Ce l’ha fatta. Se l’è meritato. E con lui tutto l’alfabeto dei suoi straccioni di Valmy. Ce l’ha fatta, senza chiedere niente, senza elemosinare, senza prostituirsi. C’è un certo modo di non sembrare, ma c’è soprattutto un certo modo di essere. Sarri è stato, è e sarà sempre qualcuno che rimpiangeremo. In mezzo al mare, tra le onde, a quest’approdo non credevano neanche i parenti. Ma ci sono imprese- niente di troppo scientifico- che non si possono spiegare. Sarà pieno perché ci sono sogni che hanno bisogno di altri sogni. Di cuore, incoscienza, sofferenza e fortuna. Sarà pieno perché come scrive Eliot e declama Marlon Brando: «Le nostre voci secche/ quando noi insieme mormoriamo/ sono quiete e senza senso/ come vento nell’erba rinsecchita». L’anno della Lazio ha somigliato da vicino alle atmosfere di Apocalypse Now. Sarri è andato nella giungla e non è impazzito. Tra le liane ha incontrato l’estate delle promesse tradite, l’inverno del nostro scontento e la diaspora. C’era da perdere la testa. Non è accaduto perché è così che reagiscono quelli che hanno struttura. Quelli che credono in qualcosa.
Quelli che amano. Se mi sono ritrovato con la famiglia della signora Piera, i fratelli Mauro e qualche centinaio di persone a esultare per un gol di Marusic contro il Sassuolo in tribuna Tevere o per un rigore di Cataldi contro il Genoa, lo devo soprattutto a lui. Che sere, quelle sere. Si sentiva il suono del pallone, il garrito dei gabbiani e il grido dei calciatori. Si avvertiva la sofferenza di chi era fuori e quella di chi era dentro. Si percepiva lo scisma. Il turbamento. Il dubbio. Senza pallidi eroismi, ma anche senza l’ombra di un vago senso di colpa, sono sempre andato a vedere la Lazio. Anche se gli amici di una vita disertavano e in qualche caso dissentivano visceralmente perché non si può essere sempre d’accordo, non ho mai amato l’idea di marciare in falange e ognuno di noi ha un proprio paradiso in testa e una scorciatoia per raggiungerlo. Ti devi schierare, mi dicevano. Stai tradendo, ripetevano. Ho ascoltato, con indubitabile egoismo, solo quello che mi suggeriva l’istinto. E l’istinto mi sussurrava di non restare a casa. Non c’erano ragioni o torti, non c’erano fedi, abiure o agnosticismi. C’era la Lazio. E c’è ancora. Stasera saremo tutti insieme e sarà bello, comunque vada, che si perda o che si vinca, come bellissima è stata - eresia? - questa avventura fuori tempo massimo che ci ha portati a raggiungere il tutto quando pareva fossimo condannati a masticare il nulla perché l’amore, in fondo, quando è vero, ha sempre fame e a sfidare chi sembrerebbe aver vinto ancor prima di essere sceso in campo.
Abbonati per continuare a leggere
Scegli l’abbonamento che fa per te e sblocca un mondo di contenuti esclusivi,
navighi senza interruzioni e scopri il piacere della lettura.
Basic
€ 19,99 Prezzo standardRisparmi il 50%€ 9,99al mese- 5 contenuti al mese
Più scelto
Plus
€ 29,9 Prezzo standardRisparmi il 33%€ 19,99al mese- 10 contenuti plus al mese
- Nessuna pubblicità
Best value
Pro
€ 49,99 Prezzo standardRisparmi il 20%€ 39,99al mese- Contenuti illimitati
- Supporto prioritario
Sei già abbonato?
Da non perdere
Unisciti alla Community
Accedi o registrati per dire la tua sugli argomenti che più ti interessano e vivere tutti i servizi di Corriere dello Sport–STADIO". Completa il tuo profilo per essere sempre aggiornato su notizie, eventi, offerte e tutto ciò che fa vibrare il mondo dello sport.
ACCEDI
oppure
o entra con DISQUS

