Juve, immaturità certificata
Dopo l’insensata sconfitta contro la Fiorentina, solo un miracolo può salvare la Juventus dall’inferno dell’Europa League. Ma crediamo che questo difficilissimo allineamento di pianeti sarebbe quasi una pratica illegittima per quanto è successo in una stagione ormai fallimentare e, segnatamente, nelle ultime due partite disputate in casa. Come contro il Verona, che da retrocesso ha strappato un pareggio a Torino, anche contro la Viola, ormai al sicuro e senza obiettivi, la squadra di Luciano Spalletti ha sbagliato gravemente approccio e atteggiamenti, mettendo in mostra una fragilità strutturale che può solo precluderle le porte della Champions League, l’obiettivo minimo per salvare la decenza. Così diventa uno sforzo quasi inutile usare la logica per dare un senso a cosa è accaduto ieri e, più in assoluto, in un campionato in cui la Juventus ha pagato dazio quasi sempre negli appuntamenti ‘scontati’: due volte con il Lecce, due volte con il Verona, due volte con la Fiorentina, una con il Sassuolo.
Juve, quanti punti gettati! Certificazione di un'inadeguatezza collettiva
Punti gettati nel water, la certificazione notarile di immaturità e, estendendo il concetto, di inadeguatezza. Di tutti, perché non esistono margini per esclusioni illustri. È vero, Di Gregorio ha commesso l’ennesimo errore tecnico, ed è vero che la difesa si è fatta trovare impreparata, ed è vero che in attacco nessuno, Yildiz compreso, è riuscito a buttarla dentro (due volte sì, ma una volta in fuorigioco e una volta dopo un fallo), però queste sono le miserie del giorno mentre il ragionamento va allargato: perché non è colpa di Di Gregorio se è mediocre ma di chi ha pensato che potesse indossare la maglia della Juventus (Giuntoli), come non è colpa di Openda, di David, di Zhegrova, oppure di Joao Mario (ei fu), oppure di Cabal, oppure di Miretti se sono stati chiamati a un compito più grande di loro.
Spalletti, dopo sette mesi la sua missione è realizzata a metà
La responsabilità è di chi ha costruito un organico con la presunzione di essere un padreterno (o persino il Padreterno), affidandosi alla scienza dei numeri. Fregandosene anche del fatto che il calcio è sempre e solo stato figlio di occhi e sensazioni, di competenze e intuizioni. Bonne nuit, monsieur Comolli. E qualsiasi riferimento a Fabio Paratici o, rivolgendo ancora di più il nastro, a Luciano Moggi è puramente voluto. È la ragione per cui il processo bianconero non deve salvare nessuno, né tra i corridoi ovattati della Continassa, dove si tessono le strategie (servirebbe l’emoticon con la faccina che ride a crepapelle), né sul campo, dove lavora la squadra e chi la dirige. Il suicidio contro la Fiorentina, infatti, deve chiamare in causa anche Spalletti. Il quale, spurgato dai concetti da guru che dispensa a ogni chiacchierata in pubblico, è riuscito a trasmettere alla squadra un gioco (rispetto al medioevo di Igor Tudor) ma non la mentalità vincente. A quasi sette mesi dallo sbarco sul pianeta Juventus (30 ottobre 2025), la sua missione è realizzata a metà, altrimenti non ci sarebbero ancora inciampi come con la Fiorentina e il Verona.
Juve, inciampi fatali per il presente eper il futuro
Inciampi fatali per il presente e per il futuro. Spalletti ha annunciato che in settimana parlerà con John Elkann, viene da chiedersi per dirsi cosa in considerazione della competenza tecnica dell’interlocutore, ma un confronto con il padrone è sempre utile.
Specialmente se il padrone prenderà la calcolatrice e farà due conti: non entrare in Champions League è un bagno di sangue, qualcuno andrà sacrificato, qualcun altro pure, le illusioni Alisson Becker e Bernardo Silva magari svaniranno, Vlahovic si rivolgerà altrove, bisognerà ricominciare (un’altra volta) da capo. O quasi. Intanto, sono sei anni che la Juventus vede lo scudetto con il binocolo. A 18 punti dall’Inter campione d’Italia e a 2 da Roma e Milan, l’ottimismo diventa un esercizio di fede estrema anche per l’anno che verrà.
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